Carissimi Confratelli e Consorelle,
il Natale ricorda che c’è una gioia che nasce per noi e colma di stupore la vita, anche quando le paure stringono il cuore e il dramma della “pandemia” ci priva dei gesti più umani e delle stesse relazioni.
In questo tempo difficile, tuttavia, c’è l’opportunità di recuperare la gioia semplice, come quella che si assapora quando nasce un bimbo nelle famiglie o come quando arriva una nuova vocazione; gioie semplici queste, legate alla vita quotidiana, al sudore, alle mani screpolate, alla fatica, allo scoraggiamento, alla tristezza, alla paura, al fallimento, alle speranze e ai sogni. Gioie che fioriscono dentro esistenze senza perfezione, fragili, come le nostre, ma che ammantano di tenerissima carne ogni cosa, rendendoci umanissimi, colmi di gioia e di stupore.
Forse, Francesco di Assisi aveva intuito questo quando a Greccio, nel 1223, fece questa strana richiesta a Giovanni Velita, suo amico e signore del luogo: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una mangiatoia e giaceva sul fieno».
Giovanni preparò la mangiatoia (praesepium è la parola latina per la cassa con il fieno per gli animali) in una grotta, dove la notte di Natale i locali si radunarono. Sulla mangiatoia fu celebrata l’Eucarestia: il corpo di Cristo trasformava Greccio in Betlemme. Quell’esperienza, quel primo presepe non aveva statue o personaggi ma uomini e donne reali con le loro vite piene di gioie e fatiche, radunati per la Messa. Il gesto di Francesco fu profetico: consentire a quell’umanità stanca e povera, sacramento di tutto l’umano, di recuperare la gioia dentro i solchi faticosi della vita quotidiana.
Carissimi Confratelli e Consorelle, se Dio ha squarciato i cieli (Is. 64,1), se la profezia si è avverata a Betlemme come a Greccio, è altrettanto vero che lungo il tempo una parte di umanità ha precluso agli uomini la possibilità della gioia e, forse, per questo siamo a corto di gioia. Questa crisi globale può essere opportunità per cercare la gioia dentro le nostre comunità-famiglia, vedendo negli eventi l’opportunità di una rinascita, di un modo nuovo di essere e di trattare tra noi.
Chi ci risolleverà dallo scoraggiamento? Solo Dio riempie fino all’orlo di gioia, come ha fatto con la Madonna. Nel saluto dell’angelo, Maria viene chiamata “piena di grazia”; in greco il termine “grazia”, charis, ha la stessa radice linguistica della parola “gioia”, chiarisce ulteriormente la sorgente del rallegrarsi di Maria: la gioia proviene dalla grazia, proviene cioè dalla comunione con Dio, dall’avere una connessione così vitale con Lui, dall’essere dimora dello Spirito Santo, totalmente plasmata dall’azione di Dio. Maria è la creatura che ha spalancato la porta al suo Creatore, si è messa nelle sue mani, senza limiti, in atteggiamento di ascolto, attenta a cogliere i segni di Dio nel cammino del suo popolo.
Chi ci risolleverà dallo scoraggiamento? Solo Dio riempie il cuore di coraggio, come ha fatto con i profeti: “Mi ha unto… mi ha mandato” (Is. 61,1), rendendoli mediatori di speranza, guide e pastori.
Chi ci risolleverà dallo scoraggiamento? Solo Dio riempie la vita, come fa con ciascuno di noi, mettendoci in grado di dire: “Io sono la mia missione” (Papa Francesco), rendendoci mediatori di gioia in questo mondo.
I drammi nelle famiglie e nelle comunità nascono quando pretendiamo di vivere la vocazione alla maternità/paternità, esperienze che dovrebbero far scoppiare di gioia la vita (Mt. 5,1-11 = Beati, in greco makárioi; makários significa ‘felice’, ‘fortunato’, ‘beato’), senza la coltivazione della missionarietà, in una specie di sogno o idealizzazione. Non è possibile la chiamata senza l’invio, non è possibile essere padri e madri e non sviluppare la missionarietà della responsabilità, della formazione, del lavoro, del limite, della condivisione, dell’amicizia, del dolore, della festa, della fraternità, della riservatezza. Non è assolutamente sostenibile una collocazione in questo mondo senza missione, è insostenibile una missione senza vocazione. Scindere questo rapporto significa imbarbarire la vita, arrivando a dire, come accade in tante storie familiari e comunitarie: non mi importa di te, di mia moglie, dei miei figli, dei miei confratelli, del popolo di Dio, del sacerdozio, della stessa consacrazione religiosa.
Carissimi, ogni vocazione si nutre della missione, matura nell’oblazione e considera l’altro parte di sé. Esistere significa immergersi nella corrente della storia dell’altro, degli altri, perché nessuno vive per se stesso o muore per se stesso (Rm. 14,7). E’ insostenibile mettersi in proprio nella vita, andando per la propria strada perché, in verità, non c’è alcuna strada, sei solo fuori strada, scantonando la vita (don Milani), illudendoti di poter vivere la vita-vocazione senza responsabilità-missione.
Il presepe di Francesco dà un’altra risposta alla ricerca della gioia dentro la vita, rammenta che: «In principio era il Verbo e… il Verbo si fece carne, abitando tra noi» (Gv 1,1.14). Questo significa che per affrontare la vita, la nostra, non basta credere nel passato o nel futuro, ma serve farsi carne, accettare il peso del tempo presente. Nel presepe, la mangiatoia non lascia spazio a teorie, questo peso viene accettato e riempito di senso: il lavoro, la festa, la fatica, il riposo, il pianto, la gioia, la malattia, il fallimento, la noia, il male, le relazioni, la meraviglia, la paura… tutto, proprio tutto, è occasione di vita.
Carissimi Confratelli e Consorelle, in quest’anno speciale, ho voluto presentare il Natale come gioia che tocca la vita presente, colmandola di senso e valore, perché il tempo che viviamo non è una condanna da scongiurare, mitizzando il passato (era meglio prima) o il futuro (sarà meglio dopo), ma una sfida. Nel presepe di Francesco il presente è tutto, non ci sono statue o personaggi, ma gli uomini e le donne di Greccio del 1223 attorno al Dio che si fa Carne e Pane per loro, lì e in quel momento. Il presepe ci interroga sul nostro essere qui e ora, domanda: che cosa ci fa vivere la giornata con gioia, libertà e iniziativa? Per cosa viviamo? Cercare la risposta è il Natale. E’ quello che auguro ad ognuno di Voi e a me, ai tanti laici e alle nostre famiglie, alla nostra Provincia religiosa, piccola come Greccio ma desiderosa di stare attorno al Dio che si fa Carne e Pane per noi. Fraternamente in Cristo Gesù.
P.Luigi Gaetani, OCD
Provinciale
