Carissimi Confratelli e Sorelle, “Non c’è santità senza gioia” (Papa Francesco, Catechesi, 01.11.2021); la gioia non è emozione di un istante o un vuoto ottimismo umano, ma la certezza di poter vivere la vita di ogni giorno, ogni situazione sotto lo sguardo commosso di Dio, con il coraggio e la forza che provengono da Lui. In occasione dei 400 anni dalla canonizzazione della Santa Madre Teresa di Gesù (1622 -12 marzo- 2022) è bello mettere insieme due attitudini care alla Santa di Avila e urgenti nella vita della Chiesa e della società di oggi che, senza dubbio, hanno segnato il suo percorso di santità: il camminare insieme e la gioia. Due immagini, queste, per il tempo burrascoso che attraversiamo, mentre i nostri cuori sono spezzati dalle barbarie che stanno massacrando il popolo ucraino e mentre viviamo la riforma della comunità ecclesiale attraverso l’esperienza del Sinodo, che è cammino con la carovana umana ed esperienza di santo pellegrinaggio.

- La vita intrisa di gioia
Negli scritti della Santa emerge che la gioia, come l’allegria, sono condizioni della sua vita quotidiana; la gioia esprime l’aspetto più profondo della sua forma di vita, che non si nutre di risate forzate o di pezzettini di dolce vita (Vita 27, 12; 6, 2; 35, 12), e l’allegria ne evidenzia la dimensione più umana, comunitaria e relazionale (Cammino 13, 7; Epistolario Lettera 11, 1; 81, 2). In Teresa queste due componenti sono complementari, perché ogni vera allegria tende alla gioia, che è dono dello Spirito Santo e nasce dal ricordo della nostra salvezza, della nostra rigenerazione e dalla speranza di quello che ci aspetta (Papa Francesco, Omelia Sanctae Marthae, 28.05.2018), e ogni gioia si converte in variegate forme di allegria personale e comunitaria, che rimandano alla pace del cuore e alla civiltà dell’amore.
Teresa è una persona colta, determinata, con uno spiccato senso dell’umorismo; la sua vita è segnata dall’attitudine all’allegria (Vita 2,8), lo mostra il fatto che, quando nella giovinezza visse la sua crisi di identità, il primo segnale del disagio personale fu la perdita dell’allegria (Vita, 5,7), che la portò ad una progressiva infermità fisica e psicologica, fino al collasso del 15 agosto 1539.
L’esperienza umana e spirituale della Santa testimoniano che un’anima angosciata non può servire bene il Signore e che la perdita del buon umore squilibria non solo la psiche ma anche il corpo di una persona (Vita 6, 2), rendendo difficile la vita personale e comunitaria. Forte di questa esperienza, Teresa si determinò a coltivare l’allegria e il buon umore, nonostante le malattie e la precaria salute: “avevo malattie corporali molto gravi… le affrontavo con molta allegria” (Vita, 30, 8). Teresa si determina a portare impresso, sul volto e nei suoi occhi, un sorriso contagioso: “gli occhi neri e rotondi… non grandi ma ben collocati e vivi e graziosi, che ridendo contagiavano tutti, manifestando allegria” (Ribera IV, 1,323).
Teresa vive felice la sua esperienza di donna e di religiosa già nel monastero dell’Incarnazione: “ero contentissima in quella casa” (Vita, 32, 12), felice delle religiose con le quali viveva, con le “tante amiche”, come scrive lei stessa (Vita 36,8). Questa felicità non è fatalistica, ma costruita pazientemente e con creatività. Teresa sa cogliere le diverse circostanze della vita, come le feste dell’anno liturgico, trasformandole in motivo di allegria; Teresa le sa sfruttare come opportunità per condividere momenti di canto, di musica, di teatro, di ricreazione con la comunità. La liturgia è vita per Teresa e ne mostra sia gli aspetti rituali come quelli antropologici. C’è una mistagogia in Lei che raccorda sempre quanto celebrato con la vita e il dono di sé e della comunità.
In questa ricerca dell’allegria, Teresa diviene capace di ridere di se stessa: “sto ridendo di questa comparazione che non mi quadra” (7M 2,11); ride di certe convenzioni sociali (Vita 38,4) e, in particolare, le lettere sono il contesto migliore dove Teresa ride di alcuni aspetti della vita sociale nella quale è inserita e della quale vede tutte le contraddizioni. Al fratello Lorenzo scrive: “sto ridendo nel considerare come tu mi invii confetti, regali e denaro ed io a te cilici” (Lettera del 17.01.1577). Teresa arriva a ridere anche del demonio, una volta persa la paura di lui (Vita 36, 11; 31, 3).
Dal libro della Vita sappiamo che questo tratto della sua personalità di Teresa non è stato facile cesellarlo, ma è stato frutto di un lungo e faticoso cammino di conoscenza di se stessa, non solo perché da giovane visse una “tristezza profonda” a Becedas e nella infermeria dell’Incarnazione di Avila, ma anche perché tutto il suo percorso spirituale fu attraversato dall’ inquietudine dell’amore, da quella vitale tensione a voler vivere coerentemente la vita religiosa e l’esercizio della orazione (Vita 8,7) senza perdere nulla della sua brillante umanità.
Teresa sa che la vita secondo lo Spirito adorna di bellezza una persona, la rende dolce nel tratto, cordiale con tutti, per queste ragioni è profondamente convinta che i lineamenti di una sana spiritualità non sono il volto serio o la poca relazione ma l’umorismo e la capacità di ridere e gioire, anche dinanzi a situazioni difficili, perché la croce è fiorita e le situazioni quotidiane vanno sempre affrontate con sufficiente distacco e un pizzico di umorismo: “Niente ti turbi, niente ti spaventi: tutto passa. Dio non cambia. Con la pazienza tutto ottieni. Niente ti manca se hai Dio nel cuore. Dio solo basta!”.
- La vita religiosa come esperienza di sana letizia
Teresa di Gesù invita le sue monache a «procedere con letizia» servendo (Cammino 18, 5); è convinta che il passaggio dal modello medievale a quello moderno della vita religiosa dipende anche dalla sana allegria che deve caratterizzare la vita fraterna in comunità, come “stile di fraternità e ricreazione che portiamo avanti insieme” (Fondazioni, 13, 5). La Santa propone questo stile con tutte le dovute correzioni perché, successivamente, Giovanni della Croce lo promuova nella riforma degli Scalzi. Questa puntualizzazione è importante per non omologare una forma, per non soffocare il carisma e i diversi cammini che conducono all’unione con Dio. Teresa propone uno stile innovativo di vita fraterna in comunità, che va però adattato alle persone e ai contesti in cui queste vivono ed operano.
Teresa ripensa la vita religiosa del suo tempo, introducendo nelle strutture della vita comunitaria carmelitana una sana e contagiosa allegria. Per questo modifica l’orario della vita comune, inserisce due ore di ricreazione al giorno, anche nei tempi forti, educa ad accogliere questa apertura -che poteva sembrare un rilassamento- come qualcosa di non marginale alla vita (Cammino 7, 7) ma sostanziale alla stessa, capace di rifare nella allegrezza l’habitat familiare della comunità, qualificando ed equilibrando il vissuto relazionale dei singoli (6 M 6, 12; Fondazione 1, 1; 27, 12): “cantiamo, balliamo e facciamo musica” (Lettera al P. Gracian, dicembre 1576), salvaguardando così la sana psiche delle persone e la loro affettività.
La gioia tocca così l’essere della vocazione-missione: appena presi l’abito “mi sopravvenne una contentezza nel trovarmi in quella condizione che giammai venne meno, fino ad oggi” (Vita, 4, 2). Teresa è convinta che la vita religiosa senza allegria è invivibile, incomprensibile (Cammino 13, 7). Per questo narra il tempo vissuto a S. Giuseppe in Avila, come esperienza di cielo, di felicità (Vita 35, 12; 36, 2) e, con sano realismo, annota: “temo più una monaca scontenta che molti demoni” (Lettera a P. Gracian del 14.07.1581). Teresa, come Papa Francesco, è convinta che la vera santità è gioia, perché «un santo triste è un triste santo». I santi, infatti, prima di essere eroi coraggiosi, sono frutto della grazia di Dio agli uomini, dono di umanizzazione e di trasfigurazione dell’umano.
La gioia, inoltre, secondo la Santa, tocca una nota peculiare della vita monastica: la povertà evangelica (Cammino 2). Non ha timore di scrivere che, quando la povertà si fa estrema, “era tanto il conforto interiore” (Fondazioni 15, 14); ogni qual volta accoglie nei suoi Carmeli una giovane povera, senza rendite, “è una gioia per me” (Lettera a P. Bañez del 28.02.1574, n. 2).
La vita gioiosa di santa Teresa, infine, non è una forma egoistica di vivere, ma diviene solidarietà e promozione umana, consiste nel «gioire della gioia di tutti» (Cammino 30, 5), mettendosi al servizio degli altri con amore disinteressato: «Non smettete di camminare gioiosi!» (Lettera 284, 4) perché il Vangelo è fonte di gioia che colma di Dio il cuore e lo spinge a servire i fratelli.
Da questo possiamo trarre alcune indicazioni per il cammino di rinnovamento della Chiesa e della vita consacrata oggi:
- ogni rinnovamento evangelico nella Chiesa deve accadere alla scuola della gioia. Non c’è approdo a Dio senza educazione alla gioia;
- ogni rinnovamento deve verificare se le strutture, lo stile, i tempi, le relazioni sono a servizio della felicità della persona. Non c’è approdo a Dio, infatti, senza la conversione delle strutture al bene e alla gioia delle persone;
- ogni rinnovamento deve farsi accoglienza gioiosa dei poveri, non solo lasciando che il denaro serva e non governi l’esistenza delle persone, ma anche generando forme di vita comunitarie aperte all’accoglienza, alla fraternità, alla condivisione. Non c’è approdo a Dio senza la cultura dell’accoglienza gioiosa e solidale;
- ogni rinnovamento deve passare attraverso l’irradiazione della gioia della comunità che abbatte la cultura del pessimismo e della depressione. Non c’è approdo a Dio senza educazione al buon umore e alla festa.
Il mondo ha bisogno di recuperare la spiritualità della gioia semplice, quella evangelica, quella dei bambini. E’ un’urgenza donare a questa umanità un sorriso, tornare ad appassionarla, farla sentire amata a partire dalle nostre comunità.
- La bellezza del camminare insieme
Se non c’è santità senza gioia, non c’è nemmeno santità senza compagnia. Il Santo Padre Francesco, nel suo insegnamento, ha spesso richiamato la Chiesa alla necessità e alla bellezza del “camminare insieme”, avviando processi sinodali che coinvolgano “tutti i livelli della vita della Chiesa” (Documento sul processo sinodale, 3).
Si cammina insieme educandosi all’ascolto orante della Parola. Una Chiesa sinodale, ricorda Papa Francesco, è una Chiesa in ascolto, nella consapevolezza che ascoltare è più che sentire. La Regola di vita del Carmelo ha messo al centro della propria esperienza di vita l’ascolto: “meditare giorno e notte la Parola del Signore”. Questo invito all’ascolto permea la vita della Parola per giungere fino all’ascolto dei fratelli e delle sorelle nella comunità e agli uomini e alle donne del nostro tempo.
Si cammina insieme convertendo la vita. Il Santo Padre afferma che “camminare insieme è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica”. Un vero cammino sinodale non può prescindere dal lasciarsi convertire dall’ascolto della Parola e dall’azione dello Spirito Santo nella nostra vita. Nella esperienza comunitaria si comprende che non c’è solo la bellezza del camminare insieme, ma anche le inevitabili difficoltà e le possibili ferite.
Si cammina insieme perché la meta dell’ascolto e della conversione è la comunione. Nella vita delle comunità si apprende, giorno dopo giorno, che la comunione è criterio ultimo di discernimento e di verifica del cammino sinodale. La vita comunitaria, familiare, che non è mai uniformità, testimonia la veridicità della comunione.Carissimi, mettiamoci in cammino perché sentiamo l’urgenza della missione, la compassione per la sofferenza, l’urgenza della carità; scegliamo di farlo insieme, come famiglia carmelitana, come padri, madri, fratelli, non come esecutori senza responsabilità ma come operatori di misericordia, come religiosi, religiose e laici che, ad imitazione di Simeone ed Anna, non mollano prima ma restano vigilanti, con gli occhi puntati su Cristo Gesù e con il cuore piantato nella storia della salvezza. Stringere Gesù tra le nostre braccia e prenderci in braccio tra di noi, come ricorda Papa Francesco, questo è il cammino di santità, sta qui tutto il rinnovamento della vita religiosa e lo stupore dinanzi alla nostra fragile carne.
Bari, 12.03.2022
P. Luigi Gaetani, OCD – Provinciale