«Immolarsi per l’Ideale»; questo è il nocciolo della spiritualità del cuore innamorato di María Felicia, monaca carmelitana del Paraguay beatificata il 23 giugno 2018 ad Asunción, dal Card. A. Amato. María Felicia scrisse: «Ho un po’ di sonno arretrato, il corpo un po’ martoriato, ma Dio mi ha fatto dono di poter offrire ringraziando, senza lamentarmi, e provando a sorridere sempre; tuttavia, o mio Gesù, continuo ad offrire una ad una ogni goccia di sangue che compone questo calice per il nostro Ideale, per questo nostro apostolato, per la tua gloria, o Signore!».
María Felicia di Gesù Sacramentato (Guggiari Echeverría), soprannominata da suo padre «Chiquitunga» (piccolina), fece il suo ingresso in paradiso, il 28 aprile 1959. Nacque il 12 gennaio 1925 nelle terre guaraní, territorio paraguayano, più precisamente a «Yvytyruzú»; yvy, in guaraní, significa «la terra». Chiquitunga fu la prima tra sette fratelli, e si caratterizzò sin da piccola per avere il suo spirito altruista, desideroso di venire in aiuto di chi avesse bisogno.
Un comune denominatore tra le figure di santità carmelitane è la profondità con cui esse hanno vissuto la loro prima comunione. Anche per María Felicia, ai suoi dodici anni, esso fu un avvenimento importante, tutto semplice ma carico d’una forte intimità con quel nuovo ospite, Gesù, a cui d’or innanzi avrebbe consacrato tutta la sua vita: «Non si cancellerà mai dalla mia mente il ricordo del giorno più bello della mia vita, il giorno della mia prima unione con il mio Dio, e il punto di partenza nella mia determinazione d’essere ogni giorno migliore»; ella si determinò, infatti, ad avere una frequentazione eucaristica quotidiana, sforzandosi a osservare il «digiuno eucaristico» richiesto all’epoca, cosa da non poco merito per una ragazza di tenera età.
Suo padre portava avanti una forte attività politica e non aderiva alle correnti fasciste che arrivavano dall’Europa in quei tempi; volendo promuovere piuttosto una visione democratica della nazione, soffrì molte angherie da parte di molti, vedendosi costretto ad abbandonare la città; più tardi, tutta la famiglia si trasferì alla capitale, Asunción, dove confondersi tra la folla e vivere in un ambiente molto più grande di quello d’un piccolo villaggio avrebbe favorito una vita più pacifica e serena.
Nel 1940-1941 arrivò in Paraguay il gruppo dell’Azione Cattolica, che attirò sin da subito l’attenzione di María Felicia. Già attiva frequentatrice della vita sacramentale, l’avvento di questo Movimento facilitò il suo dispiegamento pastorale-apostolico: con molto fervore si associò ad altri giovani desiderosi di servire Gesù attraverso l’adorazione Eucaristica e gli atti di carità. Qui svolse meravigliosamente ruoli di catechista, accompagnatrice di giovani, visitatrice d’ammalati… In quel periodo di vita si concentrò completamente sul suo «Ideale», che potrebbe essere descritto in questo modo: offrire tutto a Gesù, tutta la propria esistenza, cercando d’acquistare anime e guadagnarle per amore per Lui. Lei, che all’epoca studiava per diventare professoressa –frequentando anche i corsi di chimica–, riassunse in una specie di formula chimica questo Ideale: «T2OS»: «Tutto ti offro, Signore» («¡Todo te ofrezco, Señor!»).
Trascorsero così alcuni anni di forte attività apostolica nel seno dell’Azione Cattolica, finché, compiuti 17 anni, decise di consacrarsi offrendo la sua esistenza a Cristo. All’interno del movimento le venne affidato il gruppo delle «Pequeñas», le «Piccolissime», dette anche «Chiquitas», diventato un vero campo dove lei poté seminare nel cuore delle bambine più piccole questo slancio d’amore per Gesù, scaturito dal proprio vissuto, che è capace di far fare delle follie a chi si lascia prendere da Lui: «In tutti i lavori che sto realizzando provo a mettere il sigillo del nostro spirito cristiano, perché vorrei che tutto sia saturo di Cristo, e, dovunque sia possibile, si possa lasciare un piccolo lume, non per opera mia ma perché solo Tu lo sai, Signore!».
Durante un’assemblea nazionale del Movimento conobbe Ángel Sauá, un giovane studente di medicina; le loro anime simpatizzarono sin da subito, ed iniziarono a svolgere le loro attività apostoliche insieme: un amore cresceva tra loro, un’amicizia cimentata sull’«Ideale» comune, sull’Amore (con la A maiuscola), su Gesù eucaristia. Grazie a quest’amicizia con Ángel e alla loro collaborazione, María Felicia poté avere accesso a luoghi e quartieri della città che altrimenti sarebbero stati troppo pericolosi per una donna da sola. Tra María Felicia e Ángel sorse così un vero amore reciproco, a tal punto da scuoterla internamente e farla chiedere «cosa vorrà dirmi il Signore con questo amore che non ho cercato e ch’Egli ha suscitato nel mio cuore?».
Nel 1951, una sera, Ángel confidò a María Felicia che avvertiva nel suo intimo il desiderio forte d’essere sacerdote, allo stesso tempo che lei desiderava immolarsi per Gesù completamente come consacrata. E fu così che presero l’impegno di consacrarsi al Signore; il 1 aprile 1952 si separarono «a causa di Dio e per Dio»; Ángel, dopo aver finito gli studi di medicina, s’imbarcò per l’Europa dove avrebbe iniziato il suo percorso formativo per il sacerdozio; intanto María Felicia incominciò a sua volta un forte processo di discernimento vocazionale, pieno di dubbi, d’oscurità e di difficoltà di vario tipo, anche nell’ambito familiare. Tuttavia un’abbondante corrispondenza tra María Felicia e Ángel attesta la determinazione condivisa nel seguire Cristo e gli incoraggiamenti vicendevoli per affrontare le prove della vita, quale segno profondo d’amore e di stima reciproca.
Due anni dopo, nel 1954, María Felicia, maturato un cammino di discernimento e dopo gli esercizi spirituali seguiti quell’anno insieme all’Azione Cattolica, giunse a prendere la decisione d’entrare al Carmelo, e il 2 febbraio varcò la soglia della clausura. Quel giorno scrisse, affidandosi alla Madonna, queste parole: «Madre mia, fa’ che il mio cuore e la mia anima siano purificati in modo tale da potermi presentare dinanzi al Signore, e che Lui possa accettarmi. Da oggi in poi voglio salire sempre di più per la scala dei gradi della perfezione fino a vedere in me l’adempimento della volontà di Dio, cioè, essere santa!».
Trascorse poco più di quattro anni nel Carmelo; un tempo segnato da momenti bui, soprattutto all’inizio, dove la sua scelta di vita veniva fortemente scossa e rimessa in questione; ma fu anche un tempo breve e intenso di vita monacale, dove María Felicia di Gesù Sacramentato dimostrò d’essere invasa dall’amore di quel Gesù a cui aveva dedicato la sua esistenza, sprigionando un immenso affetto verso le sue consorelle tradotto in gesti quotidiani, ed «immolandosi per l’Ideale» che l’aveva spinta da piccola, quello di salvare anime per amore. Nel 1959 le venne diagnosticata un’epatite infettiva che degenerò poi in una porpora trombotica fulminante conducendola alla morte il 28 aprile dello stesso anno. Il suo sorriso però non scomparve mai dalle sue labbra, e alla fine della sua esistenza le si udì sussurrare: «O Gesù, t’amo; che dolce incontro, Vergine Maria».
La vita di questa giovane di 34 anni, dichiarata Patrona della gioventù del Paraguay e modello per i giovani cristiani di tutto il mondo, è un ulteriore segno della presenza di Dio nell’umanità; Egli non smette mai di benedire il mondo suscitando variegati percorsi di santità e muovendo i cuori di chi si lascia condurre dallo Spirito verso il suo amore misericordioso. La straordinarietà della vita della Beata Chiquitunga consiste proprio nell’aver fatto d’essa un «T2OS», una formula chimica d’amore dove ogni cosa e ogni avvenimento venivano trasformati in un atto d’amore, in un’offerta di sé stessi a Gesù; e su questo versante spirituale, María Felicia raggiunge tante altre figure moderne di santità, per esempio Santa Teresa di Gesù Bambino, che insegnano in tanti modi che l’atto eroico da compiere oggi per essere santi non è altro che quello di vivere ogni cosa con passione e per amore di Gesù, cercando il miglior bene in ogni situazione, qualunque essa sia.
Ugualmente, María Felicia dimostra ai giovani d’oggi che è possibile vivere l’esperienza dell’innamorarsi senza tralasciare l’amore di Dio; anzi, la sua storia col giovane Ángel, diventato poi sacerdote, è la prova che un cuore sensibile è capace d’amare, perché capisce che la fonte d’ogni amore è Dio, e su di Lui si fonda ogni progetto umano che mira alla vera felicità della persona. Nel mondo odierno, dove l’amore sembra essere caduto prigioniero dall’egoismo e pare d’essere in balia d’una spersonalizzazione, esperienze tangibili d’amore, come quella di María Felicia, offrono al mondo la testimonianza che un amore, spinto fino in fondo, cimentato sull’esperienza personale di Dio, è capace di compiere un atto che potrebbe sembrare pure illogico e irrazionale, cioè, persino di lasciar andare l’essere amato, se la realizzazione del progetto tracciato dalla volontà di Dio così lo richiedesse.
Avere un «Ideale» per poter offrire la vita più facilmente: questo è uno dei suoi messaggi spirituali più grandi, e colpisce direttamente il cuore dei giovani che cercano di dare un senso alla propria vita, talvolta alla deriva in alto mare; María Felicia si erge come maestra della gioventù, indicando il faro che illumina la vita, quel faro che è segno di terra ferma, di speranza, di vita, di paradiso promesso a coloro che s’impegnano a vivere cercando l’amore, cercando la verità, cercando Cristo.
Articolo a cura di Fra Pablo Andrés Rodriguez Rojas