Nello scenario storico-ecclesiale del XX secolo, tra le tante personalità di rilievo umano, spirituale e mistico, si staglia in modo delicato ed incisivo al tempo stesso la figura di fra Immacolato Giuseppe di Gesù, al secolo Aldo Brienza, un uomo della generosa terra del Molise, vissuto nella città di Campobasso dal 15 agosto 1922 al 13 aprile 1989 in piazza Vincenzo Cuoco, al civico 2, cioè in una zona della città tra le più centrali ed importanti, ove è possibile incontrarsi, relazionarsi, condividere il proprio vissuto con racconti ed amicizie. Insomma, una quotidianità tra le più normali e feriali, che quello squarcio storico poteva offrire. Eppure, in quella casa, in quella ferialità, nella discrezione e nascondimento si consumava una pagina di alta spiritualità e mistica, che a tempo opportuno la città di Campobasso e oltre si sarebbero gradualmente accorte. Cosa è avvenuto in quel contesto domestico per oltre cinquant’anni? Perché ci stiamo ritrovando a riflettere su quest’uomo, un religioso appartenente all’Ordine dei Carmelitani Scalzi, senza essere mai entrato in convento, che la nostra riflessione ora vuole contemplare come icona di sofferenza? Per rispondere dobbiamo partire dai fatti.
Il 27 giugno del 1938, per la puntura di un insetto velenoso, il giovane Aldo Brienza ebbe un flemmone al piede sinistro ed in seguito a varie operazioni chirurgiche, ebbe la setticemia, che si convertì in osteomielite deformante alle gambe, costringendolo a letto per cinquantuno anni, in un calvario di sofferenza continuata e crescente fino agli ultimi giorni della sua vita. Dalla descrizione accurata del soffrire di fra Immacolato resa da suo nipote e medico Ernesto leggiamo: “il suo corpo giaceva nel dolore continuo… in un letto senza poter muovere null’altro che la testa, le braccia ed un po’ soltanto il busto, rimanendo il resto del corpo come pietrificato. È stato così oltre cinquant’anni […] a questa condizione si aggiungevano i dolori continui, la febbre ricorrente e tanti altri dolorosi momenti che si accanivano contro il suo corpo […] non un lamento, non un attimo di sconforto […] solo il sorriso lasciava il posto ad uno sguardo di dolore intimo, rivolto verso se stesso, mai diretto verso gli altri […]. L’osteomielite gli causava fino agli ultimi giorni di vita periodi di febbri con temperatura elevatissima e dolori, che vengono descritti dai testi medici come lancinanti, talmente estesa e radicata in profondità era la malattia; resta un vero mistero come abbia potuto sopravvivere così a lungo”.
Grazie a queste espressioni possiamo rispondere alla domanda che ci siamo inizialmente posta. L’importanza di fra Immacolato sta nel fatto che gli è stato chiesto da Dio di essere associato alle sofferenze del Cristo per vivere la vocazione vittimale a favore del sacerdozio cattolico, per la sua santificazione.
Il racconto della sua vicenda storico-mistica fra Immacolato lo espone ai suoi due direttori spirituali con ricchezza di particolari e soddisfacente appropriazione linguistica e – per certi aspetti – anche teologica, dimostrando considerevole autocoscienza della sua infermità, e graduale consapevolezza del tratto spirituale che gli si andava prospettando dalla Provvidenza Divina, su cui si vedeva incamminato. A fronte di ciò, l’atteggiamento costante di fra Immacolato risulta essere sempre uno stretto vincolo alla “Divina Volontà” e l’oblatività vittimale espiativa obbedienziale, finalizzata al beneficio dei sacerdoti in primis, dell’Ordine carmelitano e dei peccatori.
A detta del suo direttore spirituale, don Michele Ruccia, i suoi maestri furono santa Teresa di Gesù, san Giovanni della croce e santa Teresa del Bambin Gesù. Sul suo comodino erano posti per la meditazione quotidiana le seguenti opere: Intimità divina, La salita al Monte Carmelo, Voglio vedere Gesù, Sono figlia della Chiesa, La vita, Il Castello interiore.
I tratti caratteristici della sua spiritualità possono essere così enumerati: cristocentrismo, staurologia (croce), eucarestia, Maria. Nell’estrema brevità, senza pretesa di esaustività, tentiamo di esaminarti nelle loro linee essenziali.
Le fonti delle affermazioni che seguiranno sono le sue lettere, pervenuteci sottoforma di manoscritto:
- Corrispondenza coni suoi direttori spirituali.[1]
- Corrispondenza con i confratelli carmelitani.[2]
- Corrispondenza con le consorelle carmelitane.[3]
- Corrispondenza ai religiosi, alle religiose e laici.[4]
Il Cristocentrismo
Può essere sintetizzato con una frase riportata nel suo epistolario: “tutta la mia vita l’ho donata Gesù, con la ferma intenzione di farmi frate e suo ministro”[5] . La figura del Cristo è costantemente richiamata e determina in lui la ferma volontà di seguirlo e imitarlo, dandogli ampio spazio per essere ostia totalmente consegnata nelle mani del sommo sacerdote. Scrive in una lettera: “l’unica mia consolazione è di essere crocifisso con lui, immolato con lui, offerto e sacrificato da lui e con lui”[6] . È qualche giorno prima della sua professione religiosa scrive che vuole essere sua possessione, “affinché lui mi invada, mi distrugga, mi sacrifichi…”[7] . Un ulteriore riferimento epistolare è il seguente: “È necessario che io lasci soffrire, pregare, amare, adorare, pensare, parlare, tacere, operare in me e per me Gesù […] fare tutt’uno con la sua volontà”[8], per essere somigliantissimo a Cristo: “Gesù […] ci chiede di non cessare d’essere e trasformarci in Lui, per rivestirci di Lui, fino a che le anime, vedendoci, udendoci, credano di vedere ed udire Gesù, sino a non distinguere sia noi che Gesù […]“[9]. La sua costante preoccupazione era di “essere tutto di Gesù”[10] . Spesso ripeteva: “come vuole Gesù”, evidenziando la chiara impostazione cristocentrica del suo essere e agire.
Staurologia (croce)
È una componente determinante nella spiritualità di fra Immacolato, tale da essere richiamata costantemente (croce e suoi derivati, come calvario, via crucis, crocifissione, sangue…) in tutto il suo epistolario. Fra Immacolato non parla solo della croce, ma ne vive personalmente l’esperienza, divenendone testimone credibile. Infatti, la sua vita è stata contrassegnata da un crescendo di sofferenza, rimanendo allettato per quasi tutta la sua vita e continuamente accompagnato da spasimi inenarrabili. Non ne ha fatto mai lamento, ma sempre ha chiesto al Signore che si compisse in lui la sua opera, il suo disegno. Molto bello è un suo passaggio di lettera: “”in unione con Gesù, sorretto dalla Vergine Addolorata, salgo il Calvario col sorriso e con la gioia“[11]. In un altro passaggio scrive: “tanto dura e pesante, mai come ora ho visto il sacrificio che costa nel lasciarsi immolare e crocifiggere completamente. […] perché la croce che grava sulle mie spalle è la Croce di Gesù e Colui che mi immola, Colui che mi crocifigge è lo stesso Gesù”[12]. Si può notare una sorta di associazione e identificazione che il carmelitano fa tra la sua croce e la croce del Cristo: è lui che crocifigge ed immola. Ma tale consapevolezza non lo mette in fuga, come spiega in un altro passaggio di lettera: “Sì, soffro molto, ma non chiedo al Signore di liberarmi dalla Croce, oh no, è tanto bello soffrire sempre e morire sulla Croce. […] Gioiamo della croce e del patire perché ci conformano al nostro Dio crocifisso“[13]. Nella lettera del 5/6/1948 scrive: “per me altro non vi deve essere che la nuda croce, ho accettato tutto ciò che può essermi cagione di pena […] con amore accetto la croce che porto da tempo“[14].
Va detto che tale condizione la desiderata vivere nel nascondimento, senza lasciar trasparire ad alcuno il mistero che si stava compiendo in lui, come scrive il 12/12/1950: “[…] vorrei da Gesù che per gli altri il mio calice appaia dorato, il mio Calvario nascosto, delizioso, per serbare per Lui solo l’intensità del mio patimento e del mio amore“[15].
Molti altri riferimenti possono essere chiamati in causa, ma lo spazio consentito non lo permette. Allora basti solo dire che alla luce della croce il soffrire di fra Immacolato era da lui visto come una continua associazione crocifissa e offerta nella disponibilità totale all’operazione divina, per vivere la gioia della compartecipazione e assimilazione al Cristo signore. Comprende di soffrire con Cristo, perché è lui a volerlo per renderlo somigliante a lui stesso. Scrive nella lettera del 16/1/1951: “Sempre Lo ringrazio e Lo prego a nutrirmi di croci e saziarmi di immolazioni, a crocifiggermi continuamente“[16]. Ancor più chiaro è ciò che riporta nella lettera del 30/3/1954: “A1 Signore in questi giorni non domando che una grazia: identificarmi sempre di più con Lui Sacerdote e Vittima […] questo significa desiderare la trasformazione in Cristo Crocifisso, cioè la santità“[17]. Mentre in quella del 30/11/1955 confessa: “[…] i momenti più cari, le ore più soavi e desiderate sono gli istanti in cui sento gravare tutto il peso della Croce nuda e priva di ogni sollievo“[18]. In modo iconico dice: “la croce è dono, è amore, è Gesù“[19].
Diversi altri sono gli aspetti da evincere in questa tematica nell’epistolario del carmelitano scalzo di Campobasso, ma preferiamo soffermarci a quelli sopra riportati, che riteniamo bastevoli per dare al lettore una certa solida contezza.
Spiritualità Eucaristica
Costituisce un ulteriore caposaldo chiaro nella spiritualità di fra Immacolato. Nei suoi scritti sono tanti i brani che possono essere citati. Per il nostro scopo può bastare solo qualche breve riferimento.
Si sa che il suo grande desiderio è sempre stato quello di essere sacerdote, per entrare nell’intimità dello spazio eucaristico, dell’esperienza, ministero e conformazione. Ma tale desiderio non è stato soddisfatto, perché il Signore gli chiedeva di essere ostia di immolazione per i sacerdoti. Non essere, dunque, ministro dell’offerta, bensì essere offerta nelle mani del Sommo Sacerdote. Frequentemente chiedeva che venisse celebrata l’eucarestia nella sua stanza di sofferenza, che non si ha difficoltà ad individuare proprio nel letto su cui era adagiato per molti anni un vero e proprio altare di immolazione. In quel contesto si offriva con la Vittima nel preciso intento di riparazione alle tante forme di irriverenza contro l’eucarestia, specialmente quelle perpetrate da parte dei sacerdoti, sempre più coinvolti dai ritmi frenetici del mondo.
Ma l’eucarestia era anche il luogo in cui poteva portare i suoi affetti e le persone, tante, che gli si raccomandavano nell’esperienza. In ultima istanza era proprio l’eucarestia il nutrimento che gli dava forza per sottostare il processo di purificazione mistica in atto da parte di Dio, e superare i rigori della notte oscura che lo andava avvolgendo sempre di più, sprofondandolo negli abissi dell’impensabile ed insopportabile, ma purificante e trasformante.
Spiritualità Mariana
Nell’esperienza spirituale e mistica di fra Immacolato non si può trascurare l’importanza, e il ruolo rivestito, della Madonna. Nelle sue lettere ella compare con il titolo di Addolorata, Vergine del Carmelo, Madre di Gesù, Vergine Maria ed Immacolata. Nella chiusa delle sue lettere compare quasi sempre il riferimento a lei. Da lui è vista ed invocata come colei che può ottenere la santificazione e l’amore per Gesù[20], maestra e modello della vita consacrata[21], colei che ci ricorda Gesù[22], libera dalle insidie diaboliche e trionfa sul demonio[23], aiuta nel processo ascetico[24], mistico[25]. É maestra dell’azione oblativa di sé[26], dà il suo amore per Gesù[27], indica la via per Gesù[28], madre di ogni sacerdote[29], maestra spirituale[30], Addolorata sul cammino del Calvario[31], colei che forma Cristo in noi[32], ci dà Gesù[33], potente presso i Figlio[34], colei che assicura il progresso spirituale[35], Madre di misericordia[36], Avvocata e protettrice[37]. Per le festività a lei dedicate chiede di disciplinarsi[38].
Al suo direttore don Antonio scrive il 13/9/1943: “[…] siamo nel bel mese consacrato ai dolori di Maria, stringiamoci con filiale fiducia attorno alla dolce e cara Mammina nostra, oggi che viviamo nel dolore. Preghiamo e ripariamo le offese che si commettono al cuore Immacolato e materno di Maria e Lei strapperà a Gesù la parola della misericordia e del perdono per noi e per il mondo intero“[39]. E l’anno dopo adotta delle frasi ancora più incisive attraverso la lettera del 20/9/1944: “in unione con Gesù, sorretto dalla Vergine Addolorata, salgo il Calvario col sorriso e con la gioia“[40].
Però la lettera paradigmatica circa l’importanza che Maria SS. riveste nella sua vita è quella scritta a p. Valentino il 10/12/1952: “[…] la Madonna […] è lei che, sin dal primo istante della mia vita, mi ha segnato col sigillo della immolazione, mi ha formato per Gesù, mi ha riservato presso Gesù. […] ha guidato i miei passi sempre. Se ho ben compreso il valore della croce, se al primo istante ho amato ed invocato la sofferenza, è Suo dono… la vocazione religiosa ed il Carmelo è Suo regalo. I1 viver da religioso, a comprendere la vita religiosa è stata la Mamma ad insegnarmelo, è stata la mia Maestra, la «mia Madre Maestra». […] l’ho amata sempre la Madonna, l’ho sempre invocata, ed anche ora che non mi conosce più, che ho smarrito il mio Dio, che sono venduto e soggetto al peccato […] la prego, La supplico a convertirmi, […] bramo d’essere il povero piccolo niente di Maria […]”[41].
Concludiamo con ultimo riferimento, che va a spiegare il perché della scelta del singolare suo nome di religione che ha chiesto di assumere ai suoi superiori. Si tratta della lettera del 23/2/1951: “Da quando ho goduto della presenza della Madonna sento di chiedere ai Superiori del Carmelo di modificarmi il nome di religione, mi pare che d’ora innanzi dovrò chiamarmi «fra Immacolato»; sarà vero ciò? A me sembra un nome singolare e non adatto a me che sono fango e peccato; e poi non ho il coraggio di chiedere ai Superiori la modifica“[42].
Facciamo nostra, a modo di conclusione, la chiara affermazione del religioso carmelitano, che ci torna come sprono ed esortazione: “come tutto in noi andrebbe meglio se ci fosse più Maria… più vita interiore”[43].
Articolo a cura di Fra Luigi Lavecchia Ofmcap
Professore di Teologia Morale presso la Facoltà Teologica Pugliese
Venerabile Immacolato Giuseppe di Gesù (Aldo Brienza) – Campobasso, 15 agosto 1922 – 13 aprile 1989
Religioso professo dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi; fu un uomo di speranza perché si affidò al Signore in ogni circostanza, soprattutto nelle prove più ardue. Visse la sua malattia sempre confidando in Dio, tendendo verso la vita eterna con determinazione. Disse: “Lavorare è bene, pregare ancora meglio, ma soffrire in unione a Gesù è tutto”. Dichiarato Venerabile da Papa Francesco il 18 febbraio 2022.
[1] D’ora in poi Epist. Fr. Imm. I.
[2] D’ora in poi Epist. Fr. Imm. II.
[3] D’ora in poi Epist. Fr. Imm. III..
[4] D’ora in poi Epist. Fr. Imm. IV.
[5] Epist. Fr. Imm. II, 3.
[6] Ibid., 37.
[7] Ibid., 50s.
[8] Ibid., 108.
[9] Epist. Fr. Imm I., 159.
[10] Ibid., 213
[11] Ibid., 43; 45
[12] Ibid., 16. Cfr. anche Ibid., 130.
[13] Ibid.
[14] Ibid., 48.
[15] Ibid, 149.
[16] Epist. Fr. Imm. II, 128.
[17] Epist. Fr. Imm. II, 186.
[18] Ibid., 208.
[19] Ibid., 75.
[20] Cfr. Ibid., 33; 37; 95.
[21] Cfr. Ibid., 40; 135; 143.
[22] Cfr. Ibid., 42; 48.
[23] Cfr. Ibid., 45; 103.
[24] Cfr. Ibid., 60; 110; 126;128; 162; 179; 197; 203.
[25] Cfr. Ibid., 183.
[26] Cfr. Ibid., 63; 114; 150.
[27] Cfr. Ibid., 77; 204.
[28] Cfr. Ibid., 85; 122.
[29] Cfr. Ibid., 93; 159; 227.
[30] Cfr. Ibid., 111; 137; 166; 181; 190; 208; 211.
[31] Cfr. Ibid., 137; 140; 157; 169; 187; 218; 220; 223; 227.
[32] Cfr. Ibid., 142.
[33] Cfr. Ibid., 144;153.
[34] Cfr. Ibid., 148.
[35] Cfr. Ibid., 161.
[36] Cfr. Ibid., 177s.
[37] Cfr. Ibid., 189; 217.
[38] Cfr. Ibid., 192.
[39] Epist. Fr. Imm. I, 4.
[40] Ibid., 10.
[41] Epist. Fr. Imm. II, 162.
[42] Epist. Fr. Imm. I, 159.
[43] Ibid., 161.
[1] D’ora in poi Epist. Fr. Imm. I.
[2] D’ora in poi Epist. Fr. Imm. II.
[3] D’ora in poi Epist. Fr. Imm. III.
[4] D’ora in poi Epist. Fr. Imm. IV.
[5] Epist. Fr. Imm. II, 3.
[1] Ibid., 37.
[2] Ibid., 50s.
[3] Ibid., 108.
[4] Epist. Fr. Imm I., 159.
[5] Ibid., 213
[6] Ibid., 43; 45
[7] Ibid., 16. Cfr. anche Ibid., 130.
[8] Ibid.
[9] Ibid., 48.
[10] Ibid, 149.
[11] Epist. Fr. Imm. II, 128.
[12] Epist. Fr. Imm. II, 186.
[13] Ibid., 208.
[14] Ibid., 75.
[1] Cfr. Ibid., 33; 37; 95.
[2] Cfr. Ibid., 40; 135; 143.
[3] Cfr. Ibid., 42; 48.
[4] Cfr. Ibid., 45; 103.
[5] Cfr. Ibid., 60; 110; 126;128; 162; 179; 197; 203.
[6] Cfr. Ibid., 183.
[7] Cfr. Ibid., 63; 114; 150.
[8] Cfr. Ibid., 77; 204.
[9] Cfr. Ibid., 85; 122.
[10] Cfr. Ibid., 93; 159; 227.
[11] Cfr. Ibid., 111; 137; 166; 181; 190; 208; 211.
[12] Cfr. Ibid., 137; 140; 157; 169; 187; 218; 220; 223; 227.
[13] Cfr. Ibid., 142.
[14] Cfr. Ibid., 144;153.
[15] Cfr. Ibid., 148.
[16] Cfr. Ibid., 161.
[17] Cfr. Ibid., 177s.
[18] Cfr. Ibid., 189; 217.
[19] Cfr. Ibid., 192.
[20] Epist. Fr. Imm. I, 4.
[21] Ibid., 10.
[22] Epist. Fr. Imm. II, 162.
[1] Epist. Fr. Imm. I, 159.
[2] Ibid., 161.
Articolo a cura di Fra Luigi Lavecchia OfmCap
