La solennità liturgica di San Giuseppe e l’Anno della Famiglia
“El mi glorioso Padre San José”. Per la nostra Santa Madre Teresa di Gesù, San Giuseppe è stato soprattutto “mio glorioso Padre”. Lo è stato a livello fondativo, nel senso che la Santa, ha sempre percepito che la sua esistenza era affidata alla custodia del glorioso Santo. Lo dimostrano i molteplici interventi di San Giuseppe nella vita quotidiana di Teresa, nel corso dell’ardua opera della Riforma del Carmelo, nella prassi pastorale e nel percorso della vita spirituale: “Io presi per mio avvocato e patrono San Giuseppe e mi raccomandai a Lui con fervore” (S. Teresa, Vita 6,5).

Gli scritti della Santa, le testimonianze rese ai processi canonici e quelle esterne, per esempio quella del P. Gracián, rivelano le radici di questa devozione, segnalano la familiarità e la confidenza, narrano l’efficace intercessione del Santo, tanto da incidere nella diffusione della devozione nella Spagna del XVI secolo e, successivamente, in molti ambiti della vita ecclesiale. Teresa, senza dubbio, fu lo strumento per la diffusione dell’amore verso San Giuseppe, “un Santo innalzato sopra tutti gli altri Santi, tuttavia… quasi dimenticato”, come annotava l’amico Giuliano D’Avila (Fondazioni 3, 2).
Per la Santa Madre Teresa, San Giuseppe è maestro di orazione e lo è per una ragione precisa, legata al mistero dell’incarnazione, in virtù del singolare rapporto con Gesù, con quella trama di relazioni feriali e familiari, semplici ed immediate che intercorrevano nella famiglia di Nazaret. E’ la qualità della forma del rapporto tra Giuseppe e Gesù che educa Teresa a vedervi il prototipo dell’uomo orante, dove la semplicità dell’uomo si coniuga con la ricerca di Dio, il suo distacco dal mondo con la possibilità di trovarlo, l’essere ritirato con l’opportunità di goderlo. Teresa apprese che colui che non pronunciò una parola custodiva la Parola, che insieme alla sua sposa, Maria, “fu quello che ebbe più rapporti con Lui, che più lo amò e che più partecipò alla sua vita” (Giuliano D’Avila). Per tutto questo, “come dice la Santa Madre: chi non avesse un maestro che gli insegni l’orazione, prenda questo glorioso santo per maestro e sia sicuro che non si smarrirà, come lei stessa sperimentò” (Giuliano D’Avila).
La Lettera apostolica “Patris corde” di Papa Francesco, in occasione del 150° anniversario della dichiarazione di San Giuseppe a patrono della Chiesa universale, rappresenta un tentativo per sanare quell’ingiusto deprezzamento che San Giuseppe ha patito lungo i secoli, restando al margine della teologia e della pastorale della Chiesa cattolica. Occorre scavare dentro i silenzi di San Giuseppe per capire la sua identità, quella paternità che lo ha reso parte della famiglia di Nazaret, cerniera tra l’Antico e il Nuovo Testamento, vertice della storia della salvezza, icona trasparente di Dio Padre. Quest’uomo giusto che seppe trasgredire accogliendo, che trasgredì fidandosi, Dio lo rese partecipe della paternità verginale e messianica (Gv 3,16), lo fece educatore, insieme alla sua sposa, dell’Unigenito Figlio, custode e promotore di quell’umanità tenerissima di Gesù, rivelata pienamente nel Mistero pasquale.
A San Giuseppe, Dio Padre, affidò la missione di dare forma all’Umanità del Redentore e, attraverso di Lui, alla nostra umanità. Lo esplicita la Redemptoris Custos, quando afferma: “San Giuseppe è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità: proprio in tal modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della Redenzione ed è veramente «ministro della salvezza» (cfr. S. Ioannis Chrysostomi, «In Matth. Hom.», V, 3: PG 57, 57s). La sua paternità si è espressa concretamente «nell’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro; nell’aver convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovrumana oblazione di sé, del suo cuore e di ogni capacità nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa» («Insegnamenti di Paolo VI», IV [1966] 110)”. (GIOVANNI PAOLO II, Esortazione Apostolica Redemptoris Custos, Roma 1989, n. 8).
San Giuseppe, l’uomo del silenzio, immagine di Dio Padre, dice nella sua vita una sola parola: Gesù. Questa “Parola” contiene tutti “i tesori della sapienza e della scienza” (Rm. 11,33), una Sapienza “sconosciuta ai principi di questo mondo” (1Cor. 2,7-8), che abitò nella casa di Nazaret, nascosta, per trent’anni. Da quando Gesù entrò nella santa dimora del falegname, quella porta rimase sempre aperta perché potessimo entrare tutti noi nella casa di Giuseppe, immagine della casa trinitaria, luogo teologico per intraprendere il cammino verso il Cielo, spazio speciale dove fare esperienza della Sapienza che si rivela ai piccoli (Mt. 18,3). E’ nella casa di Giuseppe, infatti, che apprendiamo a vivere come figli adottivi, come figli di Dio Padre (Ef. 1,3-14). Chi ci sollecita a varcare questa soglia, ricorda S. Teresa d’Avila, è la mediazione di Maria. Lei favorisce la conoscenza del Suo Sposo, oltre quella di Gesù. Non indugiamo! Entriamo nella bellezza della famiglia di Nazaret, nutriamoci di quella spiritualità intrisa di vita, gesti, parole sussurrate, silenzi, sogni che sovrastano e che non si conoscono sino in fondo. In questo senso, come diceva Jean Gitton: “Ho l’impressione che il tempo di San Giuseppe non sia ancora giunto. Non è uscito fuori dal cono d’ombra: sta iniziando ad uscire. Vedrete che il futuro ci riserverà delle belle sorprese su di Lui”.
Recuperiamo l’umanità matura del falegname di Nazaret, non liquidiamolo dal suo ruolo di padre, da quella forma di umanesimo che ha colorato il “vangelo” di Gesù dei suoi stessi colori. Infatti, un padre indebolito, così come appare Giuseppe, non è un padre inutile ed irrilevante, ma è un padre tenero che educa ad accostarsi al mistero della fragilità attraverso relazioni umane impastate di dolcezza e gentilezza, relazioni che scardinano le barriere difensive della nostra soggettività e aprono agli orizzonti inediti dell’accoglienza e dell’alterità, appunto come ha fatto Gesù.
Quindici anni dalla beatificazione di Sr. Elia di San Clemente

La vita di Sr. Elia si può narrare in poche battute, crea quasi un certo imbarazzo per la sua essenzialità ma, dentro questo frammento, si scorge la profonda esperienza di Dio, la sua pienezza d’umanità. Il nome di battesimo era Teodora Fracasso. Nacque a Bari, da Giuseppe Fracasso e da Pasqua Cianci, il 17 gennaio 1901. Visse nella sua famiglia fino a diciannove anni manifestando un carattere vivace ed intelligente, una sensibilità capace di manifestarsi come tenerezza commossa e tradursi come amicizia sincera, sensibile alle bellezze della natura e affascinata dall’amore di Dio. Entrò nel Monastero delle Carmelitane Scalze di S. Giuseppe, in Bari, l’8 Aprile 1920, emise la professione semplice il 4 Dicembre 1921 e l’11 Febbraio 1925 emise la Professione solenne. Verso la fine del 1926 cominciò a soffrire un continuo e forte mal di testa, che lei chiamava il suo caro “fratellino” e che, in realtà, era l’inizio dell’encefalite che doveva portarla alla morte. Era il Natale dell’anno 1927. Il 18 Marzo del 2006, Suor Elia di San Clemente veniva beatificata nel contesto della solenne celebrazione eucaristica celebrata nella cattedrale di Bari.
Da questo lembo di esistenza, emerge che Sr. Elia ha un modo tutto proprio di raccontarsi. Lascia solo dei frammenti d’animo, guizzi interiori, “un lampo di gioia”. Da questi spiragli si può fissare la sua vita come un’esistenza “nascosta con Cristo in Dio” (Col 3, 3), collocata nella “fenditura della roccia”, come la colomba del Cantico dei Cantici (Ct 2, 14). La sua è stata una vita condensata al massimo, fiorita dove il Signore l’aveva piantata, capace di gridare la passione apostolica con il silenzio: “Compresi che per condurre anime a Dio non era necessario compiere opere grandi; anzi, era proprio l’immolazione completa di tutta me stessa che mi chiedeva il buon Gesù: compiuta nel silenzio d’ogni cosa… Nella solitudine del mio cuore potevo salvare anch’io un numero infinito d’anime… Con la preghiera intima, continua e col distacco da ogni cosa”. Una vita inabissata nel Cielo della Trinità, eppure a portata di mano: “Mio Dio, io vi contemplo nel cielo dell’anima mia, e m’inabisso in Voi… Tutto mi parla di Te, Dio mio”.
La bellezza della Sua vita sia un impegno fattivo per la nostra Provincia, perché si promuova la conoscenza dei suoi scritti e della sua spiritualità, perché le Chiese di Puglia possano attingere alla testimonianza luminosa di una giovane donna che ha saputo abitare, con stupore, sulla frontiera dell’umano tanto da scorgere Dio nell’azzurro del suo mare e nel fascino della sua terra.
73° Anniversario del Transito della Beata Giuseppina di Gesù Crocifisso

Il 14 Marzo 2021 abbiamo ricordato 73 anni dalla morte di Madre Giuseppina con una celebrazione eucaristica presso la chiesa del monastero delle Carmelitane Scalze dei Ponti Rossi, a Napoli. E’ stato un momento bello, di famiglia oserei dire, perché l’abbiamo vissuto con un incontro previo, nel parlatorio del monastero, dove frati e monache hanno condiviso la gioia dell’incontro e dell’evento, e con la celebrazione eucaristica partecipata da religiosi (erano presenti i nostri novizi -Fr. Giacinto Elia, Fr.Giuseppe e Fr. Enzo- con P. Andrea, il Provinciale con una rappresentanza dello studentato: Fr. Pablo e Fr. Michele), sacerdoti e un consistente numero di fedeli che non hanno voluto mancare a questo rendimento di grazie.
Nell’omelia ho evidenziato come i testi della Parola del Signore della IV domenica di Quaresima (2 Cr. 36,14-16.19-23 e Gv. 3, 14-21) mettessero in relazione il mistero della vita e della morte invitandoci a fare esodo, un passaggio non sempre facile, che porta dalla morte alla vita, come accadde nella storia paradigmatica del Regno di Giuda che da popolo amato ed eletto, al quale Dio aveva dato di avere una identità, una terra e un Dio, passò ad essere un popolo infedele, capace di compiere abomini e contaminare il tempio, beffandosi, disprezzando e schernendo i profeti e le parole che Dio aveva messo sulla loro in bocca.
E’ la storia che assomiglia a tante nostre storie scantonate, come diceva don Milani; è la storia di sempre, quella che rende gli uomini schiavi, demoliti nelle loro mura, bruciati nei loro palazzi e nel loro tempio, distrutti in ogni cosa e valore, deportati nella Babilonia che ti dà un’altra identità, fino a chiederti parole di canto mentre sei nel lutto, allegre canzoni da condividere con gli oppressori (Salmo 136/137).
E’ la storia di tante forme di morte che si insinuano nel cammino della vita: quella di chi non riesce a sopportare lo scorrere del tempo, di chi è chiamato a confrontarsi con un lutto familiare o con l’amara morte di un amore, di una amicizia, di una notte carica di paure, come quella di Nicodemo. E’ anche la storia di chi riconosce che “bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo perché chiunque crede in Lui abbia la vita” (Gv. 3, 14-15). Di chi scorge la consolante sorpresa di Dio che, in Cristo Gesù, non abbandona nessuno, non tralascia nulla dell’umano perduto, nessun brandello. Di chi sperimenta che il Suo è un amore in dialogo, “aunque es de noche”, colmo di luce e in grado di scalare la croce fino a far emergere, attraverso il suo paradosso, l’Amore folle di Dio: Cristo, infatti, è rivelatore del Padre ma è anche Colui che “svela pienamente l’uomo a se stesso” (GS, 22).
La Beata Giuseppina di Gesù Crocifisso ha vissuto sulla frontiera della vita e della morte sia a livello personale come a livello pastorale, sociale ed ecclesiale. Scrive nei suoi Diari: “La mia vita è tutta una vita di fede e di amore. Tutto io soffro per amor di Dio… in Lui solo ho fiducia e le notti piene di sofferenza e tormenti le passo tenendo il pensiero fisso in Dio per avere conforto ed aiuto”. Era l’anno 1936. Nel 1944, nel cuore della guerra, annota: “Sento tanta pena del patire degli altri, soffro con essi ed a tutti suggerisco di confidare, di non perdere mai la speranza nel Signore e nell’aiuto della Mamma celeste”.
Questo dolore partecipato, diffuso, pungente, la porta ad essere “mamma delle anime”: “La mia vita, scriverà nel 1937, voglio che sia un canto di apostolato”. E’ in questa attitudine della Madre Giuseppina che emerge la sua maturità umana e spirituale, in questo rammentare quanto il mondo abbia bisogno di maternità e che la stessa vita religiosa deve avere la forma materna. Scriverà nel 1945: “Ogni vocazione è vocazione alla maternità, perché Dio ha posto in noi l’istinto alla vita”. Per la Madre Giuseppina, questo canto di apostolato e questa maternità, dicono la cifra del suo “zelo” per le anime: “Si sono affidate alle mie povere preghiere un gran numero di persone. Ho avuto l’impressione che fossero tutti nel mio sangue: tutti fratelli, tutti figli miei… Cercai di essere tutta per tutti appenandomi delle loro pene e piangendo delle loro lacrime. In queste ore in cui stetti a far compagnia a chi soffre, dimenticai me stessa e sentii nel cuore tanta gioia di accogliere i patimenti degli altri e di questi tempi di patimenti ce ne sono”. Questa è stata la vocazione-missione della Madre Giuseppina in tempi difficili come quelli della Seconda guerra mondiale, questa la vocazione di ogni Carmelitana Scalza in un tempo non meno difficile come quello della pandemia.
La Madre Giuseppina ci doni la passione di dimenticarci per amore degli altri per poter stare nella loro stessa lacrima, per lasciare che tutti abitino le nostre viscere sino a vivere quella trasformazione d’amore che unifica ogni cosa (Gal. 2, 19-20).
Padre Luigi Gaetani, Ocd – Provinciale di Napoli