SAN GIOVANNI DELLA CROCE, UOMO LIBERO, CONCRETO E APPASSIONATO

La solennità odierna ci stimola a celebrare la vita e la santità di Giovanni della Croce e a riconoscere quest’ultima nella concretezza del quotidiano e delle sfide dell’esistenza umana.  Le sue opere stesse sono insieme specchio e frutto di ciò che lui per primo ha vissuto nella propria carne, e il luogo vitale dove molti di noi possono identificarsi: l’attraversare fasi di sofferenza e di profonda crisi, il sapersi incompresi dai propri amici o confratelli, il sentirsi soli e abbandonati… tutte cose parecchio distanti dai misticismi e dagli ideali lontani e astratti che gli vengono erroneamente attribuiti.

Papa Francesco, nell’esortazione Gaudete et Exultate, scrive: “La santità è vivere in unione con Lui (Cristo) i misteri della sua vita. Consiste nell’unirsi alla morte e resurrezione del Signore in modo unico e personale, nel morire e risorgere continuamente con Lui. Ma può anche implicare di riprodurre nella propria esistenza diversi aspetti della vita terrena di Gesù: la vita nascosta, la vita comunitaria, la vicinanza agli ultimi, la povertà e altre manifestazioni del suo donarsi per amore” (GE n.20).  Giovanni della Croce ha incarnato pienamente questo stile di vita, lo ha fatto proprio e lo ha vissuto fino in fondo, in tutte le sue istanze, tanto nei suoi drammi quanto nelle sue gioie.

 

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Libero da e libero per

In un tempo sovralimentato da diverse attrattive, da pomposità artistiche e da disparità socio-economiche, Giovanni osa la profezia dell’essenziale: egli ci comunica la necessità di liberarci da tutto ciò che è superfluo e che rende l’uomo prigioniero di sé stesso, da ciò che ferma il nostro sguardo soltanto sulla scorza e sulla bellezza dei frutti dell’albero che desideriamo e che non ci permette di gustare la polpa e il succo dell’esistenza cristiana. Quando il santo carmelitano ci esorta a mortificare gli appetiti disordinati e viziosi – e cioè tutte quelle tendenze volontarie a causa delle quali perdiamo il nostro tempo e le nostre energie in cose futili che impediscono il nostro progresso spirituale e umano verso l’unione con Dio – ci sta dando un prezioso strumento per imparare ad elevare la nostra dignità umana e ad educare e liberare la nostra libertà; in poche parole vuole che diamo un senso ai sensi di cui disponiamo.  Il mistico spagnolo ha compreso nella propria carne che solo per Dio vale la pena spendere tutto, ed è per questo che «l’anima la quale desidera che Dio le si conceda interamente, deve darsi tutta, senza conservare nulla per sè» (Spunti d’amore 49), e quasi a motivarla nel rispondere positivamente all’invito del suo Signore, egli dice: «perché indugi tanto, se già ora puoi amare Dio nel tuo cuore?» (Detti di Luce e d’Amore 26)  e ancora: «non ti abbassare al di sotto di questo e non accontentarti delle briciole che cadono dalla mensa del Padre tuo» (ibid.).  Giovanni ci insegna che nessuna realtà di questo mondo può appagare il cuore, perché la vita dell’uomo è impregnata di Dio, e se non si nutre dell’amore divino implode e degrada e non comunica più nulla; da qui l’esigenza di non rimanere ancorati alle realtà terrene, fugaci e passeggere; da qui la necessità da percorrere la via del “nulla” in vista del “Tutto”, che è Cristo, l’unico capace di svelare “l’uomo all’uomo” (GS 22) e illustrargli la sua altissima vocazione alla comunione con Dio.  Per il santo di Fontiveros però, «non i beni di questo mondo occupano e danneggiano l’anima ma solo l’attaccamento a tali beni e il desiderio che essa ha nei loro confronti» (1S 3,4): l’obiettivo infatti è spogliare sé stessi per fare spazio a Dio, per diventare più capienti, più capaci di Lui, per vederlo gioire in noi e con noi, per guardarlo correre disarmato e innamorato sulla careggiata libera che gli è stata preparata dalla e nella nostra anima.

Ciò a cui assistiamo in Giovanni è un travaglio della libertà, la quale nasce tra le doglie della prigionia ed emette gemiti di gratitudine per permettere alla gioia di bere le lacrime del pianto.  È un percorso teo-logico e teologale che il mistico spagnolo traccia per quanti vogliono riscattarsi da una quotidianità osteggiata dalle ricchezze materiali e da una vita basata sui sensi, per imparare a comprendere il senso della vita.

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Concreto per natura e per grazia

Se cerchiamo di afferrare la dimensione contemplativa di Giovanni nelle visioni, nelle estasi o nelle rivelazioni private rimarremo delusi; è invece nella capacità di scendere nella profondità delle cose, nell’arte del saper leggere l’agire di Dio nella storia, e infine nella volontà di scrutare il cuore e la vita di Dio fino ad arrivare al suo “màs profundo centro” che dobbiamo e possiamo trovare il vero contemplativo.  Ed è proprio per via della sua concretezza spirituale e umana che Giovanni della Croce non farà affidamento sui fenomeni mistici, nel senso che non li assumerà come esame di verifica della qualità del cammino proprio e altrui verso l’unione con Dio, ma percorrerà unicamente la via della fede, che “è un abito certo e oscuro dell’anima” (2S 3,1). Ora, la “luce della fede, per il suo grande eccesso, opprime e supera quella dell’intelletto” (ibid.) e pertanto l’anima non può fare altro che abbandonarsi ciecamente nelle mani di Dio, il quale la guida nella notte oscura, la svezza, la educa, le fa crescere i seni (cf. C 20,2) rendendola matura: è più un salto nella luce che nel buio.

Nella notte oscura descritta da Giovanni ogni uomo e ogni generazione umana può sentirsi identificata, soprattutto nei momenti di auto-prigionia e di auto-schiavitù, in cui si spia il domani soltanto dalle inferriate: ma è qui, nel grembo della notte, che l’uomo “sangiovannista” può emettere il proprio grido di speranza che non lo fa più gridare, rivolto a Dio, quanto sono grandi le proprie notti oscure, ma gli permette di gridare, rivolto alle notti oscure, quanto è grande l’opera di Dio.

La straordinarietà di questo “mistico e maestro” (come direbbe Federico Ruiz), non sta nel riuscire a sopravvivere alle croci che incontra, ma sta nel coltivare il desiderio di prenderle su di sé, nel vivere a pieno l’esistenza, comprese le sofferenze della vita, perché queste, se portate insieme a Cristo, non hanno il sapore della sconfitta ma diventano occasioni prossime di grazia.

La spiritualità del dottore mistico è concreta e realista per due motivi:

1) perché al contrario di tante correnti moderne non chiede all’uomo di annullare il dolore per fuggire dai drammi circostanti, ma “aiuta a prendere per mano la propria vita e a farne un capolavoro” con il coraggio e la forza infusa dallo Spirito Santo;

2) si fonda sull’umanità di Cristo e poggia sull’umanità di ciascuna persona e porta a diventare sempre più umani, e cioè sempre più simili a Gesù.

A proposito di questo aspetto Giovanni della Croce ci dà un ottimo esempio: essere un grande contemplativo o un grande mistico non lo ha esonerato affatto dall’essere prossimo alle “periferie esistenziali” della vita e nemmeno dall’essere pienamente inserito nel contesto in cui ha vissuto.  Dalle testimonianze di quel tempo veniamo a sapere che grande era la sua preoccupazione e il suo zelo nel dare un’istruzione ai contadini, nel visitare i malati, nel soccorrere i poveri, e nell’essere pienamente fratello dei suoi fratelli.  Si racconta che quando il santo si assentava dalla comunità, i fratelli ne sentissero la mancanza e non facessero altro che aspettare intrepidi il suo ritorno, e quando lo vedevano rincasare gioivano e si rallegravano insieme, perché senza di lui la fraternità non era la stessa cosa di prima. Se il mistico non è anzitutto pienamente uomo, quell’uomo non potrà mai essere pienamente mistico.

 

Un uomo perdutamente innamorato

Questo stesso afflato mistico che accompagna Giovanni della Croce può essere compreso soltanto alla luce dell’intensità del suo vissuto interiore, colmo di passione per Dio.  La fiamma d’amor viva, immagine dello Spirito Santo, ci dà l’idea dell’amore divampante che dimora nell’anima umana, così divampante che «ogni volta che la investe, la glorifica, per così dire, dolcemente e fortemente; ogni volta che tale fiamma l’assorbe e la investe, sembra darle la vita eterna» (FB 1,1).

Giovanni ha scommesso tutta la sua esistenza sull’Amore prendendosi l’affascinante rischio di vivere solo di questo e per questo, e di nient’altro, perché nell’Amore di Dio ha trovato e realizzato se stesso e grazie ad esso ha imparato a possedere il mondo dal grattacielo della propria anima dove grida a gran voce: “Miei sono i cieli e mia è la terra; mie sono le genti; i giusti sono miei e miei i peccatori; gli angeli sono miei, e la Madre di Dio e tutte le cose sono mie e Dio stesso è mio e per me, perché Cristo è mio e tutto per me» (Parole di Luce e d’Amore n.26).

La brama dell’Amato, Cristo, lo ha conquistato e ne ha penetrato le profondità dell’anima, al punto che nulla della sua persona, nemmeno la parte più nascosta del suo spirito, è rimasta priva di amore: questo è indovinare la vita, questo è centrare il bersaglio e andare al cuore delle cose, al cuore di tutto.

“In fondo per questo fine di amore siamo stati creati” (Cf. C 29,3) ricorda il mistico spagnolo.

Solo un cuore libero, puro e ardente può riscaldare il mondo trasformandolo in un habitat soprannaturale per la fede e la speranza mentre converte lo sguardo dell’uomo in amore, a imitazione del suo Dio il cui guardare “è amare e fare grazie” (CB 19,6): quale dottrina più solida di questa? Quale insegnamento più alto di questo? Quale orizzonte più bello da raggiungere come quello di farsi di sguardi con l’Amato, pro-gettandosi in Lui e sconfinando nell’oceano della sua carità?

Giovanni della Croce è questo: un uomo libero, concreto e appassionato; il vero contemplativo infatti trova riposo soltanto nel donarsi a Dio e al prossimo senza riserve, nello stupore di ogni giorno, tanto nel freddo dell’inverno quanto tra i profumi della primavera; è solo amando che si guarisce dal mal d’amore.  La sua vita e i suoi scritti sono i testimoni principali di un’esistenza pienamente vissuta, che ha compreso che Dio è tutto, che la vita accolta nella fede diventa ogni giorno come il miracolo di una nascita, o per meglio dire: di una rinascita dall’alto. Celebriamo con cuore grato e gioioso la sua vita che emana ancora oggi il “buon odore di Cristo nel mondo” e speriamo tutti nella grazia divina nella consapevolezza che la santità è a portata di tutti, ma che nessuno di noi nasce essendo un uomo giusto, ma essendo giusto un uomo.

 

Articolo a cura di Fra Andrea della Croce