Dalla terra fertile di Bari: il sogno di un Carmelo che fiorisce e cresce nella speranza

“Bisogna saper fiorire là dove Dio ci ha seminati”. Questa frase della Beata Elia di San Clemente, figura importante di santità del Carmelo Teresiano del Novecento, ha accompagnato continuamente il camminare dei Carmelitani Scalzi della nostra piccola Circoscrizione “della Madre di Dio” di Napoli, e più specificamente la vita di questa casa di formazione barese, dove abbiamo imparato a credere nella realtà di queste parole.

Infatti, in questi ultimi anni abbiamo implorato il Signore, nella speranza di poter ricevere la grazia di poter credere sempre. Ma, credere a cosa?
Nel territorio europeo, la possibilità di realizzare il sogno di una vocazione alla vita consacrata sembra diventare sempre più complicata. Le generazioni attuali fanno fatica a credere che la realizzazione di una vita possa trovarsi anche all’interno di una comunità religiosa. Tuttavia, al bordo del fallimento più totale, avendo colto il bisogno esistenziale di dover ridonare una forma più familiare a questo nostro stile di vita, dalla mano del Signore Gesù e della Beata Vergine Maria non abbiamo mai fatto venir meno la speranza.
Abbiamo creduto che fosse possibile vivere il Carmelo e dargli forma ancor oggi, in questo contesto concreto e nella particolarità di una regione bagnata completamente dalle acque mediterranee.
Abbiamo creduto, quindi, a uno stile di vita religiosa costruito sul modello di una famiglia. Le grandi masse e le comunità numerose non sono più all’ordine del giorno, per cui occorreva applicare forme più umanizzanti che corrispondessero meglio alla quotidianità e alla semplicità della vita. Gesù si è spesso rifugiato a casa degli amici, trovando in loro uno spazio dove poter riposare prima di continuare con la sua missione. Ad esempio, a casa di Marta, di Maria e di Lazzaro, Gesù si trovava a suo agio, nell’intimità di una piccola casa, dove ognuno aveva un ruolo e si rapportava a quell’Ospite divino, in modi unici e singolari.
Abbiamo creduto a questo modello, e abbiamo provato a dare un’impostazione più familiare alla nostra comunità. Sotto l’ideale di “comunità-famiglia” le speranze di futuro riemersero dalle ceneri, e là dove si abbatteva una certa condanna allo scomparire tra le pesanti macerie di una struttura ormai desueta e crollata sotto il proprio peso, accettata da molti come un triste ma “normale” prosieguo della vita religiosa odierna (tanto, si diceva, “così deve andare”…), un lume in forma di germoglio è fiorito timidamente dalla terra ed è incominciato a dare qualche frutto di amore che consentiva di tenere viva ancora la speranza.
Abbiamo creduto nel Carmelo-Famiglia come spazio di realizzazione umana, come giardino fertile, perché ogni persona che si potesse avvicinare riuscisse a trovare il proprio angolo dove poter gettare le radici e germinare. Allora, meravigliosamente, il sogno ha incominciato a prendere forma nel grembo di una comunità che osava vivere diversamente. Le porte si sono aperte a un mondo che non aspettava altro che dei piccoli fraticelli facessero vedere il loro lato umano, il loro bisogno di affetto, e la necessità di costruire legami in una società che impone freddezza e distanza, e dove l’accoglienza disinteressata dell’altro non è più un valore ma qualcosa da evitare.
Abbiamo creduto, dunque, nell’accoglienza “tout court”, e abbiamo scoperto che aprendo le porte per fare conoscere la semplicità di una vita vissuta cercando l’Amato, il Signore, non solo abbiamo aperto una finestra al mondo dalla quale gli altri potevano intravedere quell’ideale di cielo che pretende essere la vita religiosa, quale anticipazione del Regno eterno; ma abbiamo scoperto anche che il mondo ha bisogno di calore e di amicizia, e non di qualsiasi tipo, ma di quell’amicizia ancorata in Dio e che ci rende “amici forti nel Signore”.
Quando si aprono le porte di una casa e si consente agli altri di vedere dall’esterno, non c’è solo uno scambio che va in un solo senso, da dentro verso fuori; ci siamo resi conto, in modo concreto e non solo ideale, che l’aria circola in entrambi i sensi, e che lo scambio culturale che veniva prodotto da questa apertura arricchiva significativamente il proprio stile di vita. Questo scambio meraviglioso ha le sue radici più profonde in quello scambio mirabile che abbiamo festeggiato durante la novena di Natale, dove ricordavamo che ogni fratello è un mondo, che ogni persona è un universo ricco di novità e di possibilità, e dove ci siamo resi conto della molteplicità di forme possibili per essere carmelitano, ove il principio di incarnazione continuasse ancor oggi a prendere forme tanto inaspettate quanto sorprendenti.
E, quindi, con maggiore forza abbiamo creduto che fosse possibile vivere la dimensione contemplativa della vita dentro una forma di comunità corale, a più voci, nel rispetto concreto e sereno della diversità. Abbiamo scommesso sullo stile interculturale di vita religiosa, convivendo e accogliendo confratelli di diverse provenienze, ma consapevoli di appartenere a un’unica e sola famiglia in Cristo. Abbiamo provato a condividere uno sguardo di eguaglianza, ponendo l’humanum al di sopra di qualsiasi tendenza d’ostracismo. Abbiamo provato a metterci in gioco, a metterci continuamente in questione, a lasciarci permeare realmente dalle ricchezze di tutti, e ci siamo resi conto della bellezza di una vita comunitaria intrisa di fili di paradiso nascosti in ogni anima che ha messo piede nella nostra casa.
E abbiamo creduto in un futuro possibile, contemplando il frutto di tutte le nostre speranze fiorire leggermente e aprirsi alla vita; “dal letame nascono fiori”, cantava un poeta, e dalla nostra terra è germogliato un rosaio, pieno di tenerezza e di possibilità. Alcuni boccioli si sono già aperti lasciando apparire dei colori bellissimi, frutto della perseveranza nel credere a questo sogno; mentre altri stanno ancora timidamente spiegando i propri petali, come le ali di un uccellino che desidera spiccare il volo.
Abbiamo creduto e continuiamo a credere… Quando è mancata la pioggia e quando i giardinieri si sono scordati che esistesse un pezzo di terra che reclamava di essere coltivato per servire da “refrigerio” a Cristo, qualcuno ha creduto in questo sogno e ha annaffiato la terra con le proprie lacrime e con il sudore del lavoro della propria fronte. “Chi semina nelle lacrime mietterà con giubilo”, dice il Salmista, e perciò noi continuiamo a credere, perché l’eredità che abbiamo ricevuto è talmente grande da permettere che venti di avversità vengano a strappare questo germoglio delicato. Continuiamo a credere che sia possibile vivere la nostra vocazione-missione grazie alla concretezza di un giardino che fiorisce e che vuole essere una sede per quell’Ospite Celeste in questo territorio del Sud dell’Italia dove la gente ha tanta sete di Dio e tanta sete di fraternità.
Con la consapevolezza di essere stati bagnati dalla grazia del Signore, non abbiamo altre parole che quelle di ringraziarLo e di riaffermare la nostra volontà di non vivere con meno dell’infinito, e di continuare a credere, come cantava il grande Battiato, che la stagione dell’amore tornerà. “Il Regno di Dio è vicino”, ha detto Gesù chiedendo di ripeterlo molte volte; quel “vicino” fa riferimento al “qui” e all'”ora”! Il vento caldo che proviene dall’Oriente, come canta San Giovanni della Croce implorando “l’austro que recuerdas los amores”, soffia ormai accarezzando con una fina tenerezza i nostri volti. Questo “sfiorare i nostri volti” dello Spirito è il seme di speranza che desideriamo, con tutto il cuore, di continuare a seminare. Il Signore continui a portare a termine questa opera che ha iniziato in noi, e ci aiuti a fiorire là dove Lui si è degnato di piantarci.
Fr. Pablo Rodríguez OCD
Studentato Carmelitani Scalzi – Bari