Maria Immacolata: segno del destino ultimo dell’uomo

La collocazione di questa festività nel cammino dell’Avvento fuga ogni tentativo di ridurla a dimensione sentimentale e pietistica. L’«Immacolata concezione»), è segno emblematico di quello che desideriamo e speriamo di essere rispetto ad un mondo opaco e colmo di violenze; è primizia di quella umanità nuova a cui la venuta di Cristo destina tutti gli uomini e le donne per via di redenzione, compresa la mamma. La persona di Maria dal suo primo esistere fino all’ultimo istante della sua vita è stata sotto il segno di Dio. Ella non ha conosciuto l’esperienza del peccato, ma ha sperimentato l’essere «piena della grazia».

La storia di Maria è una storia particolare, un dono eccezionale e Lei canta questo dono di Dio che salva nella gratuità e nella ricchezza delle sue infinite risorse. L’evangelista Luca fa di Maria un’orante meravigliata, stupita e traboccante di gratitudine (Magnificat).

1. PRESERVATA

Per comprendere l’Immacolata occorre partire dalla narrazione simbolica del dramma delle origini: la nostra realtà di uomini è impastata di male. Dio crea l’uomo libero, ma questi si serve del dono per rivendicare una sua autonomia, per progettare, in alternativa a Dio, un suo piano d’esistenza autonoma: «Essere come Dio», cercando la possibilità di determinare da sé il bene e il male, ossia di diventare il principio della propria coscienza morale.

L’uomo vorrebbe fare della scala dei desideri la scala dei valori. E’ il dramma che si consuma anche ai nostri giorni, quando ci chiediamo perché ciò che mi piace ed è desiderabile per me non può essere anche buono? Il peccato è la risposta a questa domanda; ma il dramma si ha quando l’uomo non permette ad alcuno di giudicarlo, neanche a Dio. Quando mangia dell’albero e si erge a principio di bene e di male, allora egli va verso la sua rovina, si rende irriconoscibile, sfregia la sua bellezza, non riconosce i passi di Dio e si nasconde, prende atto della sua nudità. La conseguenza di tale scelta è descritta dal testo sacro come esperienza della propria nudità: «Ho sentito il tuo passo nel giardino; ho avuto paura perché ero nudo e mi sono nascosto» (V. 10).

Fondarsi su se stessi è scoprirsi nudi, nell’umiliazione di aver creduto di poter vivere senza il senso del limite, da qui il travestimento per conservare una immagine perduta: «Cucirono delle foglie di fico e ne fecero cinture». L’autore sacro sembra conoscere a fondo i meccanismi psicologici dell’uomo: quando crolla in noi il personaggio che volevamo costruire in autonomia, allora per conservare la faccia ricorriamo alla maschera. Tuttavia non ci sono travestimenti che tengano e la persona comincia a mostrare le sue crepe e si rivela inconsistente: crolla il senso di responsabilità, accusa la donna e questa accusa il serpente.

In questo gioco perverso l’uomo perde se stesso e Dio non ritrova più l’uomo: «Dove sei?»… e comincia subito la ricerca dell’uomo da parte di Dio. Questo è il peccato originale nella sua essenza e nei suoi effetti.

La punizione del peccato fu quella di diventare preda della morte: l’uomo è ridotto in polvere e il serpente è condannato a mangiare polvere (il serpente simbolo della morte mangia l’uomo ridotto in polvere). Quando Cristo vincerà la morte, l’uomo risorgerà dalla polvere e la morte (il serpente) non avrà di che nutrirsi.

 

2. LA «PIENA DI GRAZIA»

Eva fu chiamata «madre dei viventi» (v. 20); ma il Vangelo ci dice che la vera madre dei viventi è una vergine Maria: «Concepirai un Figlio…, il suo regno non avrà fine». Forse tutto il segreto del piano redentivo sta qui: la fecondità nella verginità perché sia chiara l’esclusiva di Dio su questo piano. Infatti, cosa vuol dire «vergine»? Il contrario di Eva: costei crede alle sue suggestioni, la vergine crede solo all’opera di Dio: ella mostra un tale abbandono a Dio da affidare a lui perfino la storia del proprio corpo («si faccia di me …»).

Un tale abbandono al volere di Dio si riassume concretamente in Maria nei tre passaggi:

a) «Piena di grazia»: il dono di Dio rende la vita feconda e fruttifera: «concepirai un figIio!». Nell’Eden Dio non ritrovava più la sua creatura («Dove sei?»); qui invece Dio si dichiara essere nella creatura, che diviene luogo di Dio: «II Signore è con te»; e il frutto del suo seno sarà chiamato «Figlio dell’Altissimo».

b) «Non conosco uomo»: fino a quel momento la verginità era un cammino di non fecondità; d’ora in poi i figli di Dio saranno generati dallo Spirito che, nel segno della nube, feconda Maria come feconderà la chiesa.

c) «Sono la serva del Signore…. avvenga di me!»: Maria, dopo essersi riconosciuta nella linea dei «servi di JHWH», nei quali Dio si compiace, esprime il desiderio di essere una pura realizzazione di Dio.

Per il verbo «avvenga» si esprime il desiderio che tutta l’opera di Dio si compia promettendo, attraverso il termine «serva», tutta la collaborazione possibile.

 

3. MARIA, FIGURA DELL’AVVENTO

L’avvento è il tempo dell’iniziativa di Dio a dare; in questo tempo Maria è il simbolo della disposizione a ricevere: è la terra su cui il padrone del campo semina il suo seme. Il Vangelo può essere letto in questa luce. Nell’annunciazione comincia la presenza di Dio in senso pieno tra gli uomini. Qui è accaduto veramente un «avvento». Ma ciò che sconcerta è il fatto che un’ora così carica di un evento unico per la storia, fu un’ora assolutamente piena di silenzio e di quiete. Il mistero unico della storia del mondo è un mistero di silenzio. Nella vita dell’uomo decaduto tutto è ricerca di potenza, perfino l’atto religioso può divenire un atto di potere sulle forze divine. Nella «piena di grazia» che si dichiara «serva» ha termine il reame dell’uomo assetato di potenza- Maria, divenendo la serva del Signore, dà il via al grande cammino di ascesa della vita e questo nella forma più quieta e silenziosa: il più grande frutto della vita nel più grande silenzio!

Viviamo in un’epoca in cui il frutto della vita è collocato sulla velocità del nostro attivismo; siamo ossessionati da una strana irrequietezza, che subodora una perdita di tempo ad ogni momento di silenzio e di non attività esterna. In questo modo abbiamo del tutto perso il senso del ricevere, dell’attendere, dell’educarci all’attesa. Eppure «avvento» non è altro che farsi trovare in attesa da un evento che ci supera; è una storia scritta dentro di noi ma non da noi, almeno in prima istanza; e chi non sa ricevere rischia di trovarsi fuori di questa storia.

 

4. IL DESTINO ULTIMO DI OGNI UOMO

Paolo dice che la vocazione dell’uomo è una benedizione: benedetti da Dio per benedire Dio attraverso Gesù Cristo, dove «attraverso» è in senso attivo e in senso passivo: Cristo ci porta la benedizione del Padre,

e porta al Padre la benedizione dei figli. Quindi non siamo estranei al destino di Maria, anzi vi partecipiamo profondamente anche se per altra strada.

L’uomo continua a portarsi dietro il dramma iniziale dell’uomo: la irriducibile tensione dilacerante per l’assoluta sproporzione tra le grandezze interiori poste da Dio in noi e le fragilità che ci provengono dai nostri limiti e squilibri; tra la prorompente potenza dei nostri desideri e la meschinità delle nostre realizzazioni. Voler fare da parte di Dio una unità personale di questa dualità così irriducibile è certo stata una sfida, ma contro chi? Dio ha certamente sfidato se stesso progettando una convivenza drammatica di una dualità cosi opposta. Ma forse non aveva altra scelta e altra strada per condurre verso il regno dello Spirito anche il mondo della materia.

La vocazione ultima, descritta da Paolo, è un destino per tutto il creato; e la trasfigurazione è pagata con una vita di lotte, di tormenti e di lacrime, per una dualità, riducibile all’unità solo alla fine, quando tutta la persona cadrà finalmente e definitivamente nel Cristo risorto. Allora ci ritroveremo con Maria creature nuove, figli della carne e della nube, nella carne trasfigurata per la nube incarnata.

O Padre, che nell’immacolata concezione della Vergine hai preparato una degna dimora per il tuo Figlio, e in previsione della morte di lui l’hai preservata da ogni macchia di peccato, concedi anche a noi, per sua intercessione, di venire incontro a te in santità e purezza di spirito.

P. Luigi Gaetani, ocd