Nel contesto del duplice anniversario dedicato a San Giovanni della Croce — il III centenario della sua canonizzazione e il I centenario della sua proclamazione a Dottore della Chiesa — la memoria della Beata Elia di San Clemente, che celebriamo oggi, offre una significativa occasione per contemplare la permanente fecondità della tradizione spirituale carmelitana. La giovane carmelitana barese, morta a soli ventisei anni nel monastero di Bari, appartiene pienamente all’orizzonte del Carmelo teresiano. La sua esperienza interiore, i suoi scritti e il suo linguaggio spirituale mostrano una profonda familiarità con i grandi santi dell’Ordine. Se Teresa di Gesù le insegna l’abbandono fiduciale e l’interiorità orante, è soprattutto la dottrina di San Giovanni della Croce a illuminare alcuni dei nuclei più profondi della sua esperienza spirituale: la notte, il silenzio, la solitudine, la croce, la fede pura.
La Beata Elia vive la propria vocazione sotto il segno di un desiderio radicale di santità: «voglio farmi santa, gran santa», tale tensione non assume, tuttavia, la forma di una spiritualità consolatoria, la sua è una via rigorosamente carmelitana, attraversata dalla purificazione del desiderio, dalla spoliazione interiore e dalla centralità dell’unione con Cristo crocifisso. Particolarmente eloquente è il testo del 26 luglio 1923, nel quale la Beata descrive una intensa esperienza di oscurità spirituale: «Oltre la solitudine della celletta che mi circondava vi era un’altra più profonda ancora… il Getsemani del cuore. Sì, anche Gesù si era celato completamente all’anima mia, lasciandomi sola nel deserto dell’esilio… la notte del mio spirito era completa.» La stessa Beata rinvia esplicitamente alla Salita del Monte Carmelo di San Giovanni della Croce. Il riferimento non è marginale. Nel lessico spirituale giovanneo, la “notte” non coincide con una generica sofferenza morale né con una semplice aridità devozionale: essa indica il processo mediante il quale Dio conduce l’anima oltre gli appoggi sensibili, purificando le facoltà interiori perché possano aprirsi ad una relazione con Lui fondata non sul sentimento, ma sulla fede. San Giovanni della Croce insegna infatti che la fede costituisce una vera “notte” per l’intelligenza, poiché introduce l’uomo in un ordine che supera la capacità naturale di vedere e comprendere (Salita del Monte Carmelo, II, 3).
Alla luce di questa prospettiva, le parole della Beata acquistano un rilievo particolare. L’esperienza del «vuoto formato dalla stessa mano di Dio» — espressione fortemente teologica presente nei suoi scritti — non viene vissuta come semplice privazione, ma come luogo di fedeltà. «Elia resterà ferma lì, ove il Tuo amore l’ha condotta; nel Getsemani pianterà la sua tenda.» Non c’è fuga dalla prova, né ricerca ansiosa di consolazioni, vi è, piuttosto, la scelta di permanere nell’oscurità della fede, proprio qui emerge una profonda consonanza con l’insegnamento del Dottore Mistico: il cammino verso Dio passa attraverso una pedagogia divina di spoliazione, attesa e affidamento.
Anche il tema della solitudine mostra evidenti risonanze Giovannee. La Beata Elia ama la solitudine non come isolamento psicologico, ma come spazio teologale dell’incontro. Nei suoi scritti essa appare come il luogo nel quale l’anima ascolta la voce del Signore, custodisce il raccoglimento e vive la radicalità dell’appartenenza a Dio: «O solitudine, quanto mi sei cara… quando si è soli, allora sì che si ascolta l’arcana voce di Gesù» in tale prospettiva, il deserto carmelitano non è una fuga dalla comunione ecclesiale o comunitaria; è piuttosto l’ambiente spirituale nel quale l’uomo impara a vivere unificato interiormente davanti a Dio. La stessa dinamica è presente nell’opera di San Giovanni della Croce, specialmente nella sua comprensione della purificazione delle potenze dell’anima. Il silenzio, il raccoglimento e la rinuncia agli attaccamenti non sono fini ascetici autonomi, ma condizioni di libertà interiore perché Dio possa operare la propria azione trasformante. Questa dimensione culmina nell’esperienza sponsale dell’incontro con il Signore. L’inizio del Cantico Spirituale offre una delle espressioni più intense di questa ricerca: «Dove ti nascondesti, Amato, e mi lasciasti con gemito?» (Cantico Spirituale, strofa 1). Il parallelismo con gli scritti della Beata è suggestivo: anche nel suo “Getsemani del cuore” ella sperimenta un Dio apparentemente nascosto, uno Sposo che sembra sottrarsi alla percezione sensibile dell’anima. Tuttavia, proprio questa assenza percepita intensifica la ricerca, purifica l’amore e approfondisce la fede.
Il centro ultimo della spiritualità della Beata resta però la croce. Per Suor Elia, la croce non è semplicemente il dolore umano sopportato con pazienza; è anzitutto conformazione a Cristo nella volontà del Padre. Per questo può scrivere: «Io m’immolo generosamente sull’altare della santa obbedienza.» L’orizzonte è chiaramente cristologico e sponsale. La sua unione con Cristo passa attraverso la coscienza di appartenere ad uno «Sposo Crocifisso». Qui la spiritualità della Beata incontra uno dei nuclei centrali della tradizione carmelitana: l’amore autentico tende alla configurazione con il Cristo pasquale. Anche nell’oscurità più intensa, quando «il cuore non sente più» la presenza divina, la fede non si spegne, ma si radicalizza. È forse questo uno degli aspetti più profondamente giovannei della sua esperienza spirituale: non il primato della consolazione, ma il primato della fedeltà.
Nel celebrare la Beata Elia di San Clemente nell’anno dedicato a San Giovanni della Croce, il Carmelo e la Chiesa possono riconoscere nella giovane religiosa barese non soltanto una devota figlia del Santo Dottore, ma una concreta testimonianza della permanente attualità della sua dottrina. La “notte” di cui parla San Giovanni della Croce non appartiene soltanto alla storia della mistica del XVI secolo. Essa continua ad attraversare il cammino dei santi. Nella cella silenziosa della Beata Elia, nel suo “Getsemani del cuore”, nella sua perseveranza sotto il segno dello Sposo Crocifisso, la dottrina del Dottore Mistico mostra ancora oggi la sua fecondità spirituale e la sua sorprendente attualità.
A cura di Fra Michele Piperis, Ocd