La Beata Elia di San Clemente (al secolo Teodora Fracasso) nasce a Bari il 17 Gennaio del 1901, in un periodo storico molto complicato per la città di Bari, diviene per tutti noi, raggio di speranza e di fede, testimonianza viva che nonostante tutto, in un angolo remoto, nascosta come i fiorellini di campo, la Santità continua a sbocciare, per ridonare speranza.
“La mamma che sempre mi narrava l’avvenimento della nascita diceva che sebbene in quel tempo nella nostra città vi era uno scompiglio di una setta ribelle al dovere e che si faceva spargere senza pietà il sangue dei propri fratelli, e dappertutto il grido del dolore straziante si sollevava al cielo infuocato di lacrime, pure la venuta di questa creaturina seppe tutto lenire nella modesta famigliuola apportando un’immensa gioia poiché pare che alla mia nascita avvennero parecchi segni, che i miei dichiararono predilezione del cielo.” (Scritti, p. 118)
Sin da piccolissima, la sua anima è sempre in ricerca dell’Infinito, le cose del mondo non le catturavano il cuore. La mamma le dice sin dalla tenera età che l’anima è l’immagine di Dio, opera sua meravigliosa e a Lui destinata a ritornare. Dora, rapita dalla bellezza di queste parole, chiede alla mamma: “le bimbe buone vedono l’anima loro? E tu hai mai visto la tua? Dimmi com’è… se non faccio capricci potrò vederla?”. (Scritti, p. 119)
“Giunti (alla spiaggia) il mio sguardo si spaziava nel contemplare per lunghe ore l’immensità dell’oceano che tanto bene rivelava la grandezza e la potenza di Dio…Mi attraeva uno scherzetto che la sorellina Domenichina soleva fare. La piccola bimba affacciandosi al loggione della spiaggia si divertiva nel lanciare in fondo alle acque delle pietruzze e alle volte anche dei confetti…il mare accettava tutto ugualmente, e le onde parevano col loro mormorio ringraziassero la delicata manina di tanta bontà. Io mi divertivo nel guardarla e un mistero ineffabile si spiegava in me. Pensavo che quel semplice scherzetto era una pallida immagine della bontà di Dio. Oh! Come questa accoglie con amore tutte le anime che generosamente si lanciano in essa restando preda dell’amore…Sì, nei profondi abissi della bontà di Dio la mia anima trovò un sicuro asilo…” (Scritti, p. 138)
Sin da piccola, la sua devozione verso la Vergine Maria è molto forte, durante il mese di maggio oltre alle preghiere, si preoccupa di adornare l’altarino della Madonna del suo giardino, con fiori freschi. Tanta è la sua devozione che una notte la sogna, bellissima, in bianche vesti e con una falce d’oro tra le mani in un vastissimo campo di gigli, appena fuori dalla sua casa per le vacanze. La Vergine nel suo sogno avanza nel campo e coglie un fiore che stringe al suo petto. Dora in piena notte non resiste, deve correre dalla mamma e raccontarle ciò che ha sognato… la mamma le dirà che la bella signora altro non era che la Madonna, che con quel sogno voleva ringraziarla per l’amore che la piccola nutriva nei suoi confronti.
Ma è l’Eucarestia il centro della sua spiritualità, descrive la sua prima comunione come un bacio d’amore che il Signore le aveva impresso sulla fronte, per non lasciarla più.
“Appena ricevetti la candida Ostia tutto scomparve all’istante, mi sentivo di essere nel cielo e godere del Divino Amore. Tutto tacque, sentii solo il delicato tocco del mio Dio che sfiorava il suo bacio d’amore sulla mia fronte. O mio Gesù! Come vi sentii in tutta la pienezza della vostra bontà e grandezza venire nell’anima, e come tutta mi sentii perduta in Voi come un atomo lanciato in una brace di fuoco, o meglio come una stilla di rugiada perduta nell’oceano… L’anima, non avendo forza per sostenere tale pienezza, pareva volesse uscire dall’involucro mortale, di modo che non sapevo se era il vostro Cuore che palpitasse in me o il mio perduto in Voi! … “ (Scritti, p. 135-136)
In tutta la sua vita e in modo particolare in monastero, passerà tanto tempo ai piedi del Tabernacolo, dove a volte si avvicinava alla porticina dorata per sussurrare dolci parole al suo sposo. Ella si definisce una piccola Ostia, che desidera essere abbandonata da tutti, per riposare in eterno col suo Sposo.
Tutta la sua vita è un continuo offrirsi e consumarsi per gli altri, la carità è la chiave del suo servizio. Dora lo farà in vari modi e in diversi momenti: dall’assistenza ai poveri, agli emarginati, insegnando catechismo, facendosi portatrice della Buona Novella, convertendo addirittura un mangiapreti.
Nella bottega del padre c’era un povero operaio paralizzato agli arti superiori. All’ora del pranzo, Dora gli portava una scodella di minestra e lo imboccava con carità. Una volta un’amica s’accorse che Dora non aveva più gli orecchini che la madre le aveva dato. Alla domanda su che cosa ne avesse fatto, rispose che li aveva dati a una povera ragazza che doveva sposarsi. Dicendole: “Tanto a me non servono più, vado in monastero”. A volte capitava in casa una donna anziana che viveva sola e priva d’ogni igiene. Dora l’invitava in giardino e si metteva pettinarla. Un giorno la vecchietta non si vide più. La trovarono morta, sola in casa. Dora, prima provvide a far venire un sacerdote per farne benedire la salma, poi la lavò, la vestì e così la preparò per l’umile sepoltura. (Dalle testimonianze)
Sin da piccola le è chiara la sua vocazione. Il giorno prima della sua 1^ comunione sogna la piccola Teresa di Lisieux che le dice che sarà monaca come lei, invitandola a seguire la sua “piccola via”. Dora non sa che a Bari vi è un monastero di Carmelitane, e crescendo pensa di farsi monaca Domenicana, sarà la volontà ferma di suo padre che se pur accettando la vocazione della figlia, non le avrebbe dato il permesso di entrare in un monastero lontano da Bari e solo dopo la fine della Guerra. Dora non si perde d’animo, vive già in casa come una Carmelitana, sin da piccola passa molto più volentieri il tempo in orazione, al buio nella sua stanza, che giocando con le amiche. Attorno a lei si riuniranno altre ragazze, che come lei entreranno al Carmelo. Scoprirà del monastero grazie ad un padre Gesuita che la metterà in contatto con la priora del Carmelo di San Giuseppe.
Nel 1920 finalmente può varcare la porta del Monastero, scrivendo un commosso “Addio” alla casa “nido di pace e amore” e ai famigliari.
“Ho trovato tutto quello che cercavo, il Carmelo mi è apparso tale e quale me l‘immaginavo […] Gesù qui scioglierò il mio canto di riconoscenza infinita, nel mio totale silenzio ti canterò il mio immenso amore, mi sfoglierò sul tuo altare come rosa, e nella fornace ardente della tua divina carità si inceneriranno i miei petali.” (Scritti, p. 112).
Presto però dovrà attraversare la prova della notte oscura, “non un velo ma un muro di bronzo si elevava innanzi all’anima”, riferisce tutto alla maestra che le rispose che aveva sbagliato vocazione, e che era stato un inganno entrare al Carmelo. La Maestra ne parlò alla Priora, e quest’ultima incominciò a guardare la povera postulante con freddezza.
“Tutto era silenzio attorno a me, e più profondo dentro di me… La prova che Tu ti si è compiaciuto inviarmi è uno di quei dolori difficili a ridirsi, ma Tu vedendo la mia piccolezza sempre mi hai sostenuta nelle tue braccia e nelle ore le più oscure, quando l’esilio potente si faceva sentire all’anima mia, da Te ho attinto la forza di sempre tacere nascondendo tutto sotto il velo di un sorriso… La scossa è stata grandissima, ma posso asserire che nessuna creatura ha colpa; … in tutto io ho visto la tua mano dolcissima… E in questa dolcissima prova il mio cuore ha conosciuto assai bene gli abissi dell’amore e di misericordia del tuo Cuore. (Lettera, n.133)
Dora non si perde d’animo, nonostante l’aridità si ferma per molto tempo dinanzi al tabernacolo, dove pian piano le tenebre si dileguarono. Ella stessa dice che bastò quella prova d’umiltà dinanzi alla sua maestra, per dileguare per sempre il demonio. Provvidenza volle, che, alla votazione per l’ammissione di Dora alla vestizione, si fu d’accordo nell’ammetterla “sub conditione” “nella speranza che il tempo avrebbe chiarito tutto”.
Il 4 Dicembre del 1921, è ammessa alla prima professione, dove ai tre voti, aggiungerà un quarto: l’offerta di tutta se stessa come vittima d’amore a Gesù Ostia vivente nei nostri altari:
“Io, Suor Elia di San Clemente, offro tutta me stessa al celeste sposo dell’anima mia nel riposo solenne della mia professione e gli giuro eterna fedeltà, vivendo da vera sua eletta, bramando quaggiù altro che il suo santo amore. Perciò rinunzio fin da questo momento ad ogni amore sensibile, ad ogni soddisfazione, ad ogni minimo affetto, ad ogni gusto spirituale, per non vivere che di pura fede, amando, operando solo per Dio, immolandomi all’ombra di un profondo silenzio, quale ostia, vittima del suo amore, in ogni istante della mia vita”.
La vita in monastero è una vita offerta in silenzio… Tanti sono stati i momenti di silenzio di fronte alle prove, ritenuta troppo vicina alle educande che le erano state affidate. Nelle ragazze cerca di vedere l’immagine di Dio, ma la gelosia di alcune sorelle, le fa perdere l’incarico di educatrice. Suor Elia soffre, ma tace, non riferirà neanche una parola della sofferenza che prova dentro, arrivando addirittura a definire le sue sorelle degli Angeli.
“L’amarti o mio Dio non consiste in fare opere grandi e strepitose, ma in sapersi immolare incessantemente nelle piccole cose, come per esempio: il sorridere dinanzi ad uno sgarbo, o una parola proferita dalla sorella che ferisce il nostro amor proprio: il credersi davvero colpevoli quando siamo accusati di qualche cosa che a noi pare di aver fatto con rette intenzioni, o alle volte il non scusarci col pretesto di non sapere quello che si diceva o faceva. Compiere qualche atto di carità o prestare qualche servizio alla sorella cercando solo lo sguardo di Dio…” (Scritti, p. 165)
Nel silenzio scrive, compone poesie, chiede permessi speciali per alzarsi prima al mattino, per fare più penitenza, tutto per il bene delle anime, specialmente quelle di religiosi e sacerdoti, che ella desidera “gettare” nell’oceano dell’infinita misericordia.
“il mio sospiro è consumarmi per Voi avvolta nel silenzio, essere una lira che al delicato tocco del divin Maestro sprigiona armonie divine… il dolore, oh! È questa dolcissima corda che dà dei suoni ancora più belli, sicché bramo, o mio Gesù, vedere questa corda applicata al mio strumento per commuovere più deliziosamente il Tuo divin Cuore. (Scritti, p. 220)
Fortissimi mal di testa accompagneranno il suo ultimo anno di vita, che ella chiamerà “il mio fratellino”. Ancora una volta non verrà compresa, e la cosa sarà sopravvalutata. Una gioia accompagna questo suo ultimo anno, le viene chiesto di ricoprire l’incarico di Sacrestana, motivo di grande gioia, perché potrà passare più tempo dinanzi al Santissimo, parlando a Gesù attraverso la porticina del Tabe
rnacolo, della sua famiglia, e tra i vasi sacri, che riempirà di baci, affinché il Signore scendendo su di essi, possa trovare i suoi baci.
“Ho preparato la sacra Pisside per domani mattina, affinchè il Sacerdote la consacrasse… Centinaia di candide ostie son passate per le mie mani e per ognuna ho domandato al buon Dio l’anima del peccatore… Prima di riempirla rimiro in essa il mio volto che qual tersissimo specchio ben si lascia vedere nella Pisside Santa… lascio l’impronta di baci, di un dolce sorriso, affinchè Gesù, scendendovi in essa, trovi i miei infiniti baci e il sorriso che lo consoli, sebbene di una piccola anima qial è la mia, totalmente immolata al suo Amore…” (Lettera n.287)
Il giovedì santo del 1927 (suo ultimo anno) vive un particolare stato di grazia, ricevendo il dono di un “profondo silenzio”.
“Fisserò i miei occhi nei Tuoi, o mio dolce Maestro, passando i miei giorni quaggiù, tacendo sempre. Silenzio, questa soave parola sarà il mio pane quotidiano, il mio ristoro. Dare tutto a Gesù e darmi tutta”
Parla pochissimo con le consorelle, compone molte poesie, presagisce che morirà in un giorno di festa, ed una settimana prima della morte, mentre lavora in sacrestia, la odono dire tra se stessa che in breve tempo sarebbe uscita morta dalla porta del monastero.
Si aggrava il 21 dicembre, i medici le diagnosticano una meningite ed encefalite, ma è troppo tardi. Morirà a mezzogiorno del 25 dicembre, mentre le campane di tutta la città suonavano a festa, sua sorella Suor Celina ci riporterà le sue ultime parole dette durante la notte: “Gesù, ti amo, ti ringrazio dei benefizi ricevuti, sono vissuta nel silenzio e sono felice di andarmene all’eternità nel silenzio”
“Tutto ho donato al mio Gesù, sensi e potenze, … Egli però mi ha lasciata libera la volontà onde poter dire a me stessa: Tutto voglio fare per amore. Voglio darmi al buon Dio senza riserva alcuna, voglio vivere e morire d’amore.
Articolo a cura di Fra Michele della Vergine del Magnificat, Ocd