IL VOLO DELLA COLOMBA – Alcune chiavi di lettura in San Giovanni della Croce per rendere libero il cuore

Giovanni della Croce, quel cantore dello slancio amorevole di Dio, insiste molto sul fatto che è Dio colui che «primeggia»1 la persona, la corteggia per innamorarla. Se Dio si abbassa in tale modo è perché, prendendo la carne umana nel grandissimo mistero dell’incarnazione, contempla nell’umanità il riflesso del Figlio, che ha ridonato ad essa la dignità perduta rivestendola di bellezza: «Quando tu mi guardavi / la tua grazia gli occhi tuoi in me imprimevan/ per questo ancor più m’amavi»2. L’obiettivo divino nel fare questo è far sì che l’uomo possa intraprendere un volo, un’uscita di sé verso Dio, abbandonandosi completamente nelle Sue mani, per compiere un’unione d’amore che giovi a tutta l’umanità.

Lo sguardo di Dio sull’essere umano è anzitutto un movimento d’amore che abbellisce l’essere della creatura, e poi rende visibile la bellezza e lo splendore della medesima creatura3:

«Al re piacerà la tua bellezza, Egli è il tuo Signore, prostrati a lui»4. Tuttavia, ciò presuppone che Dio sia innamorato dalla sua creatura, e per questo motivo la cerchi incessantemente per ferirla d’amore, per attirarla a sé. Per riuscirci, Dio parla la «grammatica espressiva dell’amore misericordioso»5. La suddetta grammatica ha origine nel seno stesso della Trinità, in uno scambio d’amore tra le persone divine:

Dio Padre sacrifica ciò che gli è più caro, per amore, per la redenzione, in una definitività escatologica dell’autocomunicazione. Dio è capace di rovesciare i limiti dell’amore conosciuto e di rivoluzionare la nozione stessa che l’uomo ha della divinità e dell’onnipotenza; il suo abbassamento non esaurisce il suo mistero ma lo reduplica6; [e ancora] è intrinseco al dispiegarsi consumato e definitivo dall’agapè, il dono totale di sé senza residui; proprio come avviene nel rapporto d’amore tra Padre, Figlio e Spirito, dove ciascuno dei Tre vive (è) simultaneamente in sé e nell’altro grazie alla morte (non è) a sé come realtà autosufficiente e in sé inconclusa7.

Dio, quindi, preso d’amore per la sua creatura umana, è capace d’invertire i ruoli, rovesciando ogni logica umana: Egli diventa lo schiavo, rivestendo la creatura di divinità, comunicando Sé stesso in/per questo movimento d’amore. L’uomo viene così coinvolto nella dinamica d’amore intratrinitario, e gode, per la filiazione nel Figlio, dei misteri divini:

Dio si comunica all’anima con amore così vero, che non c’è affetto di madre che accarezzi il proprio figlio con uguale tenerezza, né amore di fratello, né amicizia di amico che regga il confronto; infatti, la tenerezza e la verità dell’amore con cui il Padre immenso accarezza ed esalta l’anima umile e amante giunge fino al punto che Egli le si assoggetta veramente per innalzarla, come se Egli fosse il  suo servo ed ella il suo signore; ed è tanto premuroso nel favorirla quasi fosse il suo schiavo ed ella il suo Dio8.

Lo sguardo di Dio è, in secondo luogo, manifestazione della missione del Figlio e dello Spirito nell’economia della salvezza. Possiamo dire che è un movimento d’uscita di Dio, che viene ad accudire l’umanità, autodonandosi completamente. Nel disegno eterno del Padre, nel contemplare l’umanità sofferente e decaduta a causa del peccato, il gesto di più profonda tenerezza è stato l’assunzione della natura umana, ai fini di rialzarla, ripulirla, ridonarle nuovamente l’anello delle nozze9, e, infine, farla entrare nel gioco della seduzione.

Questa dinamica non è altro che il desiderio di Dio di trascinare l’uomo completamente dentro il suo proprio essere, comunicandogli la sua propria natura, che non è mai statica10 ma è sempre creativa, è sempre in uscita… Dio vuole che l’uomo operi quest’uscita da sé, perché Dio stesso è dinamicità e uscita. Questa sua manifestazione è, dunque, a sua stessa volta un invito steso all’umanità ad essere partecipi della missione divina. Cos’è questo gioco di seduzione? Dio, come indica Giovanni della Croce, ferito d’amore dalla sua consorte sposa11, si autodefinisce come il cervo ferito, si mostra e si nasconde:

Lo Sposo si paragona al cervo, intendendo qui per cervo Sé stesso. Si deve sapere che caratteristica del cervo è salire su luoghi elevati; e quando è ferito, corre in gran fretta a cercare refrigerio nelle fresche acque, e se ode il lamento della compagna e s’accorge che è ferita, subito corre da lei la conforta e l’accarezza. Così ora si comporta lo Sposo; infatti, vedendola ferita d’amore per Lui, anch’Egli, all’udirne il gemito, viene ferito dall’amore per lei, poiché tra gli innamorati la ferita di uno è ferita di entrambi, e ambedue provano lo stesso sentimento12.

Dio, il cervo ferito, ferisce con ferita d’amore la persona umana allo scopo di farla innamorare di Lui; Giovanni della Croce descrive i movimenti di Dio in due momenti: primo, ferisce e si mostra, rivela i suoi segreti all’anima scoprendole la sublimità della presenza divina; e secondo, si nasconde –nell’intimo dell’anima stessa– per farle sperimentare il bisogno d’uscire da sé, di prendere il volo, per cercarLo. Quest’è l’esperienza del popolo d’Israele, raccontata dai profeti: «Signore, tu mi hai sedotto e non ho saputo resisterti»13:

Circa questo si deve notare che nei Cantici la sposa paragona lo Sposo al cervo e alla capra selvatica dove dice: «Il mio Amato è simile al capriolo, e al cerbiatto» (Ct 2,9). Dice questo non solo perché l’Amato è selvaggio, solitario e fugge la compagnia come il cervo, ma anche per la rapidità del suo nascondersi e riapparire, come lo Sposo è solito fare nelle visite alle anime amanti, quando le visita per accarezzarle e incoraggiarle, e le abbandona e s’allontana da loro dopo tali visite per metterle alla prova, per umiliarle ed istruirle; in tal modo, fa loro sentire con più dolore la sua assenza, come l’anima fa ora capire in ciò che segue, dicendo: avendomi ferita14.

La persona è dunque invitata ad uscire di sé stessa, e curiosamente per andare a cercare il suo Amato che si è nascosto nel più profondo del proprio essere dev’effettuare un movimento di nascondimento dentro di sé per poterLo trovare; con le parole dello stesso Santo: «Inoltre tu dici: dato che Colui che la mia anima ama è dentro di me, perché io non Lo trovo né Lo sento? Il motivo è che se ne sta nascosto, mentre tu non ti nascondi come Lui per trovarLo e sentirLo. Chi infatti cerca una cosa nascosta deve penetrare nel nascondiglio dove si trova fino a raggiungerla»15. L’individuo che si riscopre ferito d’amore da Dio entra nella consapevolezza del rendersi conto16 di questo primeggiare divino. Dio l’ha preceduto nell’amore, e per amore è venuto incontro all’umanità per includerla nella stessa dinamicità d’amore che lo definisce17. Qui incomincia il lavoro della persona per rispondere a quella ferita d’amore di cui è stata beneficata, o in termini di Giovanni della Croce, comincia il tempo delle rinunce, della purificazione, del rinnegamento di sé stessi e della notte. Tutto ciò è un processo intrapreso dalla persona, ed è doloroso, arduo e faticoso; tuttavia si deve sottolineare che il sopraindicato processo è mirato soprattutto all’adattamento del proprio vaso, la natura umana, affinché possa contenere al meglio possibile le comunicazioni che Dio stesso le fa: «Qualsiasi cosa sia ricevuta in un recipiente vi è ricevuta secondo la forma del recipiente in cui viene ricevuta»18. Il compito umano è stato delineato dallo stesso Gesù: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua»19. Giovanni della Croce lo esprimerebbe così: «L’anima, rinunciando a tutte le cose, trascurando ogni altro affare e senza differire d’un sol giorno né di un’ora, con passione e gemito che proviene dal cuore ormai ferito dall’amore di Dio, comincia a invocare il suo Amato»20.

Solo in virtù di questa ferita d’amore la persona è capace d’uscire di sé stessa, dai suoi criteri di pensiero, dalle sue concezioni di vita e dalla propria logica. Esce ricercando la causa della sua ferita, poiché in questioni d’amore la causa è lo stesso rimedio: «Uscii dietro di te invocando, e tu eri sparito… Per le ferite d’amore non può esserci medicina se non quella che viene da chi ha ferito, e per tale motivo, con la forza del bruciore causato dalla ferita, quest’anima uscì dietro al suo Amato che l’aveva ferita, supplicandoLo perché la risanasse»21. Così, la persona intraprende un lungo viaggio che va dall’esplorazione dei paesaggi più sperduti e lontani del mondo fino all’addentrarsi nei sentieri più profondi di sé stesso, alla ricerca del suo Amore; e nel frattempo, effettua un’opera di morte a sé per vivere per Dio. Questo distacco dev’essere assoluto, totale. La ferita d’amore dev’essere ripagata (risanata) con un amore completamente esclusivo, che non lasci spazio ad altri amori; qua risuona la voce di  Gesù quando rivolgeva ai suoi discepoli l’invito di dare al Cesare quello che gli apparteneva, e di donare a Dio ciò che a Lui spetta, ovvero, la totalità del cuore22.

Tutto ciò è complementare alla nozione di cristiano come un essere nel mondo, che però non appartiene al mondo23. Gesù non chiede al discepolo di vivere in una specie d’isolamento, ritagliandosi dalla realtà, ma d’inserirsi in essa, per essere sale e luce della terra24, ovvero il lievito della farina25. Quello che richiede Gesù è un cuore libero, non attaccato a nulla di quanto possa possedere sulla terra: «Alle ricchezze, anche se abbondano, non attaccate il cuore»26.

Gli attaccamenti a qualsiasi cosa, realtà, situazione, luogo o persona caricherebbero la colomba d’un fardello molto pesante, sì da impedirle il volo; Giovanni della Croce spesso paragona la persona con una colomba che, dopo un amoroso slancio, prende il volo alla ricerca del suo Amato27. Essa, però, non riesce a volare convenientemente se non riesce distaccarsi da tutto quanto le impedisce di volare; non importano le dimensioni, se l’attaccamento è sottile o grosso, poiché l’essere legati fosse anche soltanto con un finissimo filo significherebbe il vedersi impediti d’effettuare la manovra di volo, allo stesso modo in cui al posto del finissimo filo vi fosse una grossa catena: «Poco importa, infatti, che un uccello sia attaccato a un filo sottile piuttosto che a uno grosso: per quanto il filo sia sottile, finché non lo rompe per volare, vi rimarrà attaccato, come ad uno grosso. È vero che il filo sottile è più facile da rompere, ma per facile che sia, finché non lo rompe, non volerà»28.

A questo punto, il Dottore mistico offre la chiave per operare qualsiasi distacco e rinuncia, per molto doloroso o difficile ch’esso sia: non ci si può distaccare da nessuna realtà se prima non si giunge alla consapevolezza d’un amore più grande, più forte e più profondo. Infatti, senza questo passaggio il distacco, quale sforzo prettamente ascetico, appare senza senso. Separare Giovanni della Croce da questa sua premessa su cui si fonda tutta la sua dottrina delle rinunce e del distacco è renderlo freddo, insensibile, disincarnato e disumano. Nessuna rinuncia si può fare a vuoto. Dio sa che l’essere umano ha difficoltà a lasciare una cosa se non ha la certezza d’averne una migliore, se prima non se n’è fatto una ragione, per cui offre sé stesso come garanzia d’un altissimo volo; è Lui quell’Amore più grande che facilita ogni distacco, ogni spezzare dei vincoli che legano ancora le zampe della colomba:

L’anima dice che, infiammata d’appassionati amori, uscì e attraversò questa notte oscura del senso per entrare in unione con l’Amato. Infatti, per vincere tutti gli appetiti e rifiutare i piaceri di tutte le cose, piaceri per il cui amore, affetto o attaccamento la volontà è solita infiammarsi per goderne, era necessario che l’anima fosse infiammata da un’altra più grande fiamma di un altro più grande amore: quella del suo Sposo affinché, concentrando su di lui il proprio piacere e la propria forza, trovasse il coraggio e la perseveranza di rifiutare facilmente tutti gli altri amori29.

Da questa prospettiva l’incontro intimo con Gesù si fa indispensabile per ritrovare la vera libertà dei figli di Dio; esso è la base d’ogni vita cristiana, d’ogni percorso spirituale. Il coltivare quell’amore, seminato da Dio stesso nel cuore della persona, consente all’essere umano di poter volare, libero da ogni attaccamento, verso orizzonti nuovi. L’amore di Dio, definito come l’amore maggiore, l’amore più grande, concede all’uomo la capacità d’allargarsi, affinché il proprio cuore possa contenere l’infinito, che non è altro se non Dio stesso. Esserne consapevoli di questa realtà non è che l’inizio d’un lungo viaggio, d’un faticoso volo in mezzo ad un cielo tormentoso. È però un bel inizio! Il Signore Gesù è pronto ad accudirci, e la sua pedagogia amorevole non lascerà mai soccombere il volo d’una colomba in difficoltà:

Da soli non possiamo farcela. Di fronte alla pressione degli eventi e delle mode, da soli mai riusciremo a trovare la via giusta, e se anche la trovassimo, non avremmo la forza sufficiente per perseverare, per affrontare le salite e gli ostacoli imprevisti. E qui entra l’invito del Signore Gesù:

«Se vuoi… seguimi». Ci invita per accompagnarci nel cammino, non per sfruttarci, non per farci schiavi, ma per farci liberi. In questa libertà ci invita per accompagnarci nel cammino. È così. Solo insieme con Gesù, pregandolo e seguendolo troviamo chiarezza di visione e forza di portarla avanti. Egli ci ama definitivamente, ci ha scelti definitivamente, si è donato definitivamente a ciascuno di noi. È il nostro difensore e fratello maggiore e sarà l’unico nostro giudice. Com’è bello poter affrontare le alterne vicende dell’esistenza in compagnia di Gesù, avere con noi la sua Persona e il suo messaggio! Egli non toglie autonomia o libertà; al contrario, irrobustendo la nostra fragilità, ci permette di essere veramente liberi, liberi di fare il bene, forti di continuare a farlo, capaci di perdonare e capaci di chiedere perdono. Questo è Gesù che ci accompagna, così è il Signore!30.

Articolo a cura di Fra Pablo Andrés Rodríguez Rojas OCD

 

 

 —————————————————————————————————————————————————————————————————

 1 Cf. PAPA FRANCESCO, Adhortatio Apostolica Evangelii Gaudium, 24 novembre 2013, AAS 105/12 (2013) 1019–

  1. Testo tratto da EG 24.

2 GIOVANNI DELLA CROCE, Cantico Spirituale 32.

3 Cf. Cantico Spirituale 32,2.

4 Sal 44,12.

5 Cf. P. CODA, L’agapè come grazia e libertà, «Collana di Teologia» 26, Roma 1994; cap. I, 2.4.2.

6 Cf. Ibid., cap. III, 3.2.1.

7 Cf. Ibid., cap. VI, 5.3.2.

8 Cantico Spirituale 27,1.

9 Cf. Ez 16,9-14.

10 Cf. GIOVANNI DELLA CROCE, Fiamma viva B 1,8.

11 Cf. Cantico Spirituale 13,9.

12 Cantico Spirituale 13,9. Il termine spagnolo è vulnerado; vulnerabile, ferito, quasi agonizzante, fragile e indifeso.

13 Ger 20,7-9.

14 Cantico Spirituale 1,15.

15 Cantico Spirituale 1,9.

16 Cantico Spirituale Prol 1.

17 Cf. Cantico Spirituale, Annotazione, 1. «L’anima si rende consapevole…».

18 GIOVANNI DELLA CROCE, Notte Oscura II,16,5.

19 Lc 9,24.

20 Cantico Spirituale, Annotazione, 1.

21 Cantico Spirituale 1,19-20

22 Cf. Mt 22,21.

23 Cf. Gv 15,18-21;17,14.

24 Cf. Mt 5,13-14.

25 Cf. Mt 13,33.

26 Sal 61,11.

27 Così, nella Poesia Dopo un amoroso slancio, si legge: «Perché giungere potessi / a un così divin successo, / tanto alto volar convenne / fino a perdermi di vista. / E, con tutto questo slancio, / nel mio volo fui mancante; / ma l’amor fu tanto alto, / che raggiunsi la mia preda (Strofa 1). E nel Cantico Spirituale si potrebbe tracciare un percorso che delinea il volo di questa colomba, tra la strofa 13 e la strofa 34. Nella 13 (Distoglili, Amato, / io spicco il volo! Lo Sposo: Ritorna giù, colomba…) ad un volo pieno di buona volontà sembra che lo Sposo richieda alla colomba di ritornare sui suoi passi, finché non abbia compiuto un effettivo cammino di distacco di quanto non permettesse ancora l’uguaglianza d’amore tra i due; così lo esprime nel proprio commento: «Ritorna da questo tuo sublime volo, con cui desideri possederMi davvero, perché non è ancora giunto il tempo d’una così sublime conoscenza, e adattati a questa più limitata, che ora ti comunico in questo tuo trasporto». Invece, lo stesso Sposo, nella 34 (La bianca colombella / all’Arca con l’olivo è ritornata; / e già la tortorella / l’amico sospirato / tra il verde dei ruscelli ha ritrovato), sembra riconoscere la legittimità del percorso d’unificazione trascorso dalla colomba, oramai disposta all’unione mistica con l’Amato. Per un approfondimento sull’utilizzo della metafora della colomba si propone l’articolo di LÓPEZ-BARALT, L., «La extraña ornitología mística de San Juan de la Cruz. La filomena y el pájaro solitario», Revista Chilena de Literatura 99 (2019) 77-99.

28 GIOVANNI DELLA CROCE, Salita del Monte Carmelo I,11,4.

29 Salita del Monte Carmelo I,14,2. E continua il testo ancora: «Sottolineiamo però che per poter vincere la forza degli appetiti sensitivi, non le bastava avere in sé solo amore per lo Sposo, ma le era necessario essere infiammata d’amore appassionato. Accade infatti, ed è così, che la sensualità sia mossa e attratta verso le cose sensibili con tali ardenti desideri del senso che, se la parte spirituale non è infiammata da desideri d’amore ancora maggiori per ciò che è spirituale, la persona non potrà vincere i condizionamenti della natura, né entrare in questa notte del senso, né avrà il coraggio di rimanersene al buio di tutte le cose privandosi del loro gusto».

30 PAPA FRANCESCO, Allocutione Ad iuvenes Abrutiensis et Molisanae Diocesium Campi Bassi, 5 luglio 2014, AAS

106/8 (2014) 638-641.