La “Vergine viva” del Monte Carmelo: Storia della statua della Madonna del Carmine venerata nella Basilica Stella Maris di Haifa (Monte Carmelo)

Sul promontorio del Monte Carmelo, ad Haifa, là dove la tradizione carmelitana custodisce le proprie origini spirituali, si innalza la Basilica di Stella Maris, santuario dedicato alla Vergine del Carmine. Entrando nella basilica, lo sguardo viene immediatamente attirato dalla grande statua della Madonna che domina l’altare maggiore. Il suo volto dolce e materno, rivolto verso il Mediterraneo, accoglie da quasi due secoli pellegrini provenienti da ogni parte del mondo. Quell’immagine non è soltanto un’opera d’arte, è una presenza che porta con sé una storia straordinaria: una storia di distruzione e rinascita, di viaggi e di attese, di tempeste attraversate e di popoli che hanno trovato nella Madre del Carmelo un segno di speranza. Prima di giungere definitivamente sul Monte Carmelo, quella statua percorse un lungo cammino attraverso il Mediterraneo. Fu venerata in diverse città d’Europa e dell’Oriente, accolta da folle immense, benedetta da un Papa e custodita dalla fede semplice di migliaia di persone. Tra tutte le tappe del suo viaggio, una occupa un posto singolare: Napoli. Nel 1933, infatti, prima di ritornare nella sua dimora sul Monte Carmelo, la Madonna del Carmine sostò nella città partenopea, dove fu accolta da una manifestazione di fede straordinaria e dove avvenne un episodio commovente legato alla Beata Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso, carmelitana scalza del monastero dei Ponti Rossi di Napoli. La storia di questa statua è dunque anche la storia di una Madre che, prima di tornare a casa, volle fermarsi ancora una volta tra i suoi figli.

All’inizio del XIX secolo il Monte Carmelo viveva un periodo drammatico. Il santuario e il monastero carmelitano, luogo legato alla memoria del profeta Elia e alla presenza della Vergine venerata dai figli del Carmelo, erano stati gravemente danneggiati dagli eventi bellici che avevano sconvolto la regione. Quando nel 1816 il fratello carmelitano scalzo Giovanni Battista Casini, originario di Frascati, fu inviato sul Monte Carmelo con il compito di avviare la ricostruzione del monastero, si trovò davanti a uno scenario desolante. Le antiche cronache raccontano che, giunto davanti a quelle rovine, il religioso si prostrò a terra e pianse profondamente.  Quelle lacrime non erano soltanto per le pietre abbattute, egli vedeva abbandonata la casa della Regina del Carmelo. Come il profeta Elia aveva sofferto vedendo dimenticato il culto del vero Dio sul monte santo, così quel figlio del Carmelo soffriva davanti alla distruzione del luogo che da secoli custodiva la memoria della presenza materna di Maria. Ma il dolore divenne presto speranza, fra Giovanni Battista comprese che la ricostruzione non poteva limitarsi alle mura del santuario. Era necessario restituire al Monte Carmelo anche un segno visibile della presenza della Vergine. Per questo motivo iniziò a pensare alla realizzazione di una nuova statua della Madonna del Carmine destinata all’altare maggiore della futura chiesa.

Durante il lungo viaggio intrapreso per raccogliere aiuti e risorse necessarie alla ricostruzione, fra Giovanni Battista Casini giunse a Genova nella primavera del 1820. Qui incontrò il celebre scultore Giovanni Battista Garaventa, al quale affidò il compito di realizzare una nuova immagine della Madonna del Monte Carmelo. L’opera doveva essere degna del santuario a cui era destinata: non una semplice decorazione, ma un’immagine capace di esprimere la presenza viva della Madre del Carmelo. Garaventa scolpì la statua in legno, lavorando con particolare cura il volto e le mani della Vergine. Il corpo venne invece predisposto per essere rivestito con ricchi abiti di broccato e oro secondo l’uso dell’epoca. Terminata l’opera, la statua fu esposta nella chiesa di Sant’Anna dei Carmelitani Scalzi a Genova. Fu allora che iniziò una storia inattesa: La bellezza dell’immagine attirò immediatamente numerosi fedeli. Molti si recavano davanti alla Madonna per affidarle le proprie sofferenze, chiedere grazie e trovare conforto. Le cronache del tempo raccontano una crescente devozione attorno a quella statua destinata al lontano Monte Carmelo. Prima ancora di raggiungere la sua casa definitiva, la Vergine aveva già iniziato la sua missione: incontrare i suoi figli.

La partenza da Genova non segnò la fine della storia, ma l’inizio di un lungo pellegrinaggio, la statua della Madonna del Carmine attraversò il Mediterraneo sostando in numerose città. Nel dicembre del 1820 giunse a Malta, dove la notizia della sua presenza si diffuse rapidamente. Le chiese si riempirono di fedeli e molti accorsero per venerare la Madre del Carmelo. Successivamente raggiunse Costantinopoli, proprio durante la Settimana Santa del 1821. In una comunità cristiana che viveva tempi difficili, la presenza della Vergine divenne motivo di consolazione e speranza.  Il viaggio proseguì poi verso la Francia, a Tolone, il giorno della festa della Madonna del Carmine, il 16 luglio, l’immagine fu portata solennemente per le strade della città decorate a festa. Vi parteciparono il clero, le autorità, le confraternite e una moltitudine di fedeli. Anche a Marsiglia l’accoglienza fu calorosa.

Il viaggio della Vergine del Carmine non fu però privo di difficoltà, dopo le tappe europee, la statua continuò il suo cammino verso il Monte Carmelo, ma durante la navigazione avvenne un episodio che le antiche cronache conservarono come un segno particolare della protezione della Madonna, una violenta tempesta sorprese la nave che trasportava la sacra immagine. Il vento impetuoso danneggiò gravemente l’imbarcazione: gli alberi furono spezzati e per i marinai sembrò che ogni speranza fosse perduta, la situazione appariva disperata. Eppure, contro ogni previsione, la nave riuscì a raggiungere il porto di Gaeta senza che nessuno dei membri dell’equipaggio perdesse la vita. Quando la notizia dell’accaduto si diffuse nella città, molti abitanti accorsero per venerare la Madonna del Carmine, riconoscendo in quell’avvenimento un segno della sua materna protezione, numerosi fedeli vollero manifestare la propria gratitudine offrendo spontaneamente gioielli e oggetti preziosi come segno di amore verso colei che avevano riconosciuto come loro protettrice. Ancora una volta, prima di arrivare alla sua casa definitiva, Maria aveva incontrato un popolo e aveva lasciato dietro di sé una traccia di fede.

La fama del lungo viaggio della Vergine del Carmine aveva ormai raggiunto anche Roma, Papa Pio VII volle accogliere personalmente la sacra immagine! La statua fu condotta nel suo oratorio privato, dove il Pontefice si fermava in preghiera davanti alla Madonna, affidandole le necessità della Chiesa e il cammino del popolo cristiano. Non era soltanto un gesto di devozione personale, era l’incontro tra il Pastore della Chiesa universale e la Madre che il Carmelo da secoli invoca come propria Regina. Prima che la statua proseguisse il viaggio verso la Terra Santa, il Papa volle benedirla personalmente e presiedette la sua solenne incoronazione, la Vergine del Carmine continuava così il suo pellegrinaggio verso il monte santo da cui era partita spiritualmente.

Dopo anni di viaggio e dopo aver attraversato il Mediterraneo, la statua della Madonna del Carmine giunse finalmente nella sua dimora. Il 12 giugno 1836, terminati i lavori di ricostruzione del santuario, l’immagine fu solennemente collocata sull’altare maggiore del nuovo santuario del Monte Carmelo: era il compimento di un desiderio nato vent’anni prima tra le rovine della montagna santa, la Madre era tornata a casa, da quel momento la statua divenne il cuore della devozione mariana del santuario carmelitano. Davanti a quell’immagine i frati, i pellegrini e gli abitanti della Terra Santa continuarono ad affidare alla Vergine gioie e sofferenze, guardando a Maria come alla Madre che indica sempre il Figlio. Tuttavia, il cammino della statua non era ancora terminato, la storia avrebbe conosciuto ancora una pagina difficile.

Durante la Prima Guerra Mondiale, il Monte Carmelo si trovò nuovamente coinvolto negli eventi drammatici della storia, per proteggere la venerata immagine da possibili danni, la statua fu trasferita presso la parrocchia latina di Haifa, affidata ai Carmelitani Scalzi. Terminato il conflitto, nel 1919, essa poté ritornare nuovamente sul Monte Carmelo, accolta con gioia dalla comunità carmelitana e dai fedeli. Ma qualche anno dopo si presentò una nuova occasione per valorizzare l’immagine.

Nel 1931 ricorreva il terzo centenario del ritorno dei Carmelitani Scalzi sul Monte Carmelo. Per questa occasione il monastero di Stella Maris ospitò il Capitolo Generale dell’Ordine, si pensò allora di rinnovare anche la statua della Madonna, perché il suo aspetto fosse maggiormente in armonia con il nuovo splendore della basilica. Fino ad allora l’immagine conservava gli abiti originali in prezioso tessuto, secondo l’uso devozionale del tempo in cui era stata realizzata, si decise quindi di sostituire le vesti con un corpo scolpito interamente in legno. La scelta ricadde sul cedro del Libano, legno profondamente legato alla Terra Santa e particolarmente prezioso per la sua resistenza e il suo profumo, furono conservati il volto e le mani originali scolpiti da Giovanni Battista Garaventa, mentre il nuovo corpo venne affidato allo scultore Emanuele Rieda, che lavorò mantenendo fedelmente le proporzioni e la posizione dell’antica immagine. Nacque così la statua che ancora oggi conosciamo, un’immagine nuova nella forma esteriore, ma la stessa Madonna amata e venerata per oltre un secolo.

Terminato il lavoro, la statua iniziò il viaggio verso la Terra Santa, prima, però, sostò nuovamente in Italia. Durante il soggiorno romano fu esposta nelle chiese dei Carmelitani Scalzi e attirò ancora una volta numerosi fedeli: Il 25 luglio 1933, nella solenne celebrazione presieduta da Papa Pio XI, la Madonna del Carmine ricevette la benedizione del Pontefice. Era un momento significativo! Quella statua, nata per tornare al Monte Carmelo, aveva attraversato la storia del Carmelo europeo e ora si preparava a ritornare definitivamente nella sua casa. Ma prima di lasciare l’Italia avrebbe vissuto un momento destinato a rimanere impresso nella memoria della famiglia carmelitana. La tappa di Napoli.

Il 27 agosto 1933 la statua della Madonna del Carmine giunse a Napoli, la città, profondamente legata alla spiritualità carmelitana e alla devozione verso la Vergine del Carmine, accolse quell’immagine con un entusiasmo straordinario. La Madonna fu ospitata nella chiesa di Santa Teresa al Museo, affidata ai Carmelitani Scalzi, per sei giorni Napoli visse un evento di fede senza precedenti. Le cronache raccolte nella nella biografia della Beata Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso, Ciò che fa l’amore (Edizioni OCD, 2009), restituiscono con grande vivacità l’atmosfera di quei giorni. La folla accorreva continuamente, la chiesa rimaneva gremita in ogni momento della giornata e fu necessario organizzare il servizio d’ordine per regolare l’enorme afflusso dei fedeli, la gente desiderava semplicemente vedere Maria, desiderava incontrare quel volto che per tanti anni aveva accompagnato la preghiera dei figli del Carmelo. Le cronache dell’epoca raccontano: «L’afflusso della folla è indescrivibile e continuo: in tutte le ore del giorno vi è bisogno della forza pubblica per regolare il viavai dei fedeli». La Madonna, posta sul suo trono ornato di fiori e di luci, accoglieva tutti, molti arrivavano con le proprie sofferenze, con le proprie speranze, con il desiderio di affidare alla Madre del Carmine la propria vita.

Era chiamata dagli arabi di Terra Santa “la Vergine viva”, per la dolcezza e l’espressività del suo volto, a Napoli quella definizione sembrava trovare pieno compimento. Le madri portavano i propri bambini davanti alla statua perché ricevessero la benedizione della Vergine, i fedeli rimanevano a lungo in preghiera, sacerdoti e religiosi si alternavano nelle celebrazioni solenni. Tra coloro che vollero rendere omaggio alla Madonna vi furono il cardinale Alessio Ascalesi, arcivescovo di Napoli, l’arcivescovo di Benevento Mons. Adeodato Giovanni Piazza, carmelitano scalzo, e numerosi rappresentanti del clero secolare e degli Ordini religiosi, anche un anziano sacerdote volle offrire il suo omaggio personale: ogni giorno, alle ore tredici, monsignor De Angelis, sacerdote novantenne, celebrava la Santa Messa all’altare maggiore in onore della Regina del Carmelo. Aveva chiesto questo dono al priore dei Carmelitani Scalzi, affrontando con grande sacrificio le difficoltà legate alla sua età, era il suo modo di accompagnare la Vergine nel suo ultimo passaggio italiano.

Il giorno della partenza arrivò presto, era il 1° settembre 1933. La Madonna doveva lasciare Napoli per raggiungere il porto e imbarcarsi sul piroscafo Helouan, diretto verso la Palestina. Fin dalle prime ore del pomeriggio, via Santa Teresa al Museo era completamente piena di gente, moltissimi non potevano seguire la statua fino al porto e volevano almeno contemplarla un’ultima volta. La Madonna apparve sulla soglia della chiesa, la folla rimase immobile. gli sguardi si elevarono verso di lei, invocazioni, preghiere e gesti di amore accompagnavano il suo passaggio. Sembrava che tutta Napoli volesse trattenere ancora per qualche istante la Madre del Carmelo. Ma proprio allora avvenne qualcosa di inatteso: Il percorso previsto cambiò… la Madonna non sarebbe andata direttamente verso il porto, il corteo avrebbe raggiunto invece Capodimonte. Dietro questo cambiamento vi era una storia di amore nascosto e semplice: nel monastero delle Carmelitane Scalze dei Ponti Rossi, a Capodimonte, viveva una giovane religiosa che avrebbe segnato profondamente la storia carmelitana napoletana: suor Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso, oggi Beata. Quando la notizia della presenza della Madonna del Carmine a Napoli raggiunse il monastero, le religiose sperimentarono una grande gioia, ma anche un dolore: la clausura impediva loro di poter andare a venerare la Madre del Carmelo.

Suor Maria Giuseppina comprese il desiderio delle sue consorelle, la sua prima reazione fu quella della rinuncia: accettare di non vedere la Vergine, offrendo anche questo sacrificio, ma poi prevalse la carità. Se le sue sorelle potevano ricevere una consolazione così grande, bisognava cercare una strada… La soluzione sembrava impossibile, il monastero è lontano dal centro della città e il percorso attraverso Capodimonte presentava molte difficoltà. Ma la Provvidenza aprì una porta. La Duchessa d’Aosta, che nutriva grande affetto per suor Maria Giuseppina e la chiamava con familiarità «la mia diletta figlia», venne a conoscenza del desiderio delle monache, si fece allora promotrice della richiesta presso le autorità competenti. Il permesso fu concesso, per un evento eccezionale, i cancelli del parco reale di Capodimonte furono aperti: La Madonna del Carmine avrebbe attraversato quei viali per fermarsi davanti al monastero di clausura, la Madre sarebbe andata incontro alle sue figlie.

Le Carmelitane, avvolte nelle loro candide cappe, accolsero la Vergine cantando la Salve Regina, la scena, descritta nelle pagine della biografia della Beata Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso, conserva tutta la sua intensità spirituale: Non era soltanto l’arrivo di una statua, era l’incontro tra una Madre e le sue figlie. Il canto della Salve Regina risuonava tra le mura del monastero, ma le emozioni erano così grandi che molte voci faticavano a seguire la melodia, la commozione superava le parole, la Madonna aveva raggiunto il cuore della comunità. Come gesto di amore filiale, la priora offrì alla Vergine una catena d’oro composta da tante medaglie quante erano le monache della comunità, su ogni medaglia era inciso il nome di una religiosa. Era un simbolo semplice e profondissimo: ogni figlia del Carmelo desiderava essere legata alla Madre del Carmine, appartenere a Lei e rimanere sotto la sua protezione, quella catena d’oro diventava così il segno visibile di un legame più forte di ogni distanza: la Madonna sarebbe ripartita, ma non avrebbe più lasciato quel monastero, non fisicamente, perché l’immagine avrebbe continuato il suo viaggio verso il Monte Carmelo; spiritualmente, perché quel breve incontro era rimasto scolpito nel cuore delle monache. Quando il corteo riprese il cammino verso il porto, le religiose continuarono a guardare la statua finché fu possibile, avevano impresso quel volto negli occhi, ma, soprattutto, lo avevano custodito nel cuore.

Dal porto di Napoli la Madonna del Carmine salì sul piroscafo Helouan, insieme alla statua viaggiavano anche alcuni giovani studenti carmelitani scalzi diretti al Collegio Internazionale del Monte Carmelo, dove avrebbero completato la loro formazione filosofica. La nave fece scalo ad Alessandria d’Egitto e a Port Said, prima di raggiungere finalmente la costa della Palestina. L’8 settembre 1933, giorno della Natività della Vergine Maria, la statua arrivò nel porto di Haifa, ad attenderla vi era una grande manifestazione di fede: una lunga processione accompagnò la Madonna dal porto fino alla Basilica di Stella Maris. Vi parteciparono numerose  autorità civili e religiose: i rappresentanti delle comunità cattoliche di Haifa, i Carmelitani Scalzi e numerosi pellegrini giunti appositamente dall’Europa. Finalmente la Vergine tornava sulla montagna che aveva dato origine alla sua storia. La statua fu solennemente intronizzata sull’altare maggiore della basilica, il viaggio era terminato, la Madre era tornata a casa.

Oggi, quasi due secoli dopo la sua realizzazione, la statua della Madonna del Carmine continua a dominare la Basilica Stella Maris. Il volto scolpito da Garaventa, le mani che hanno ricevuto la preghiera di generazioni di fedeli, il corpo in cedro del Libano realizzato negli anni Trenta: tutto parla di una storia nella quale arte, fede e Provvidenza si sono intrecciate. Davanti a quella stessa immagine hanno pregato uomini e donne di popoli diversi,  l’hanno contemplata i figli del Carmelo, i pellegrini della Terra Santa, i fedeli di Genova, Malta, Costantinopoli, Roma e Napoli. In ogni luogo dove è passata, ha lasciato il segno della sua vicinanza.

E ancora oggi, dall’alto del Monte Carmelo, guarda il mare come Stella Maris, la Stella del Mare, una luce che orienta il cammino di quanti cercano Cristo e che continua a ricordare al mondo intero la promessa del Carmelo: Maria conduce sempre a Gesù.

 

A cura di Fra Michele Piperis, Ocd

Riferimenti Bibliografici

  • Plácido María del Pilar, Florecillas del Carmelo, Madrid, 1901.
  • Silvano Giordano (a cura di), Il Carmelo in Terra Santa dalle origini ai nostri giorni, Editorial Monte Carmelo.
  • Suor Maria Gabriella della Natività, Ciò che fa l’amore. Beata Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso, Edizioni OCD, Roma, 2009