C’è una santità che non ama stare davanti, che non cerca la luce dei riflettori, che sceglie un posto nascosto. Il Beato Don Carmine De Palma quel posto lo aveva trovato: dietro l’altare, accanto al Tabernacolo. Oggi, 29 gennaio, la Chiesa di Bari-Bitonto celebra per la prima volta la sua memoria liturgica. È come se Bari, sua città natale, tornasse a sussurrare il suo nome con gratitudine. Don Carmine era nato qui il 27 gennaio 1876 e qui aveva imparato che il sacerdozio non è un ruolo, ma una dimora: restare con Gesù. Negli ultimi anni della sua vita amava dire, con una semplicità disarmante: «Se tornassi a vivere, non vorrei fare altro che stare accanto a Gesù nell’Eucaristia, in una chiesetta di campagna».
Non era nostalgia, ma verità. Tutta la sua vita era stata così.
Un uomo fermo, mentre tutto passava
Nella chiesa dell’Abbazia di Santa Scolastica, chi lo cercava sapeva dove trovarlo. Non serviva chiedere. Don Carmine era lì, dietro l’altare, vicino al Tabernacolo. Pregava a lungo. In silenzio. Poi restava. Aspettava. Aspettava chi aveva bisogno di una confessione, di una parola, di un consiglio detto sottovoce. Non correva. Non aveva fretta. Era un eroe del confessionale, come lo ha definito la Chiesa, ma senza eroismi apparenti. Solo fedeltà quotidiana. È stato beatificato il 15 novembre 2025, nella Cattedrale di Bari, durante una solenne concelebrazione presieduta dal Cardinale Marcello Semeraro. Ma la sua vera consacrazione era avvenuta molto prima, in quella scelta silenziosa di restare sempre “dietro”.
Padre e fratello di santi
Don Carmine non è stato solo un uomo santo. È stato un uomo che ha camminato accanto alla santità. Papa Francesco ci ricorda che la santità è spesso “della porta accanto”. Nel caso di Don Carmine, potremmo dire: della porta del confessionale, del coro monastico, del parlatorio. Tra le anime affidate alla sua guida c’è una figura che oggi Bari ama chiamare per nome: la Beata Elia di San Clemente. Carmelitana scalza, donna di silenzio e di fuoco interiore, trovò in lui – per un tratto del suo cammino – un padre spirituale attento e discreto. Li univa lo stesso amore per Gesù Eucaristico, la stessa attrazione per il nascondimento, lo stesso desiderio di non appartenere a sé stessi.
Elia di San Clemente: «Un’anima eletta»
Nel Processo diocesano per la beatificazione di Suor Elia di San Clemente, Don Carmine fu chiamato a testimoniare. Era ormai anziano, ma la memoria era limpida, il giudizio sereno. Parlando di lei disse parole che sembrano scolpite nella pietra: «Ebbi subito sentore di trovarmi di fronte ad un’anima che aveva una chiara e netta cognizione della vita religiosa che stava per intraprendere».
Non parlava per entusiasmo, ma per discernimento. Vide in lei una fede solida, una pietà non fatta di emozioni, ma di vita vissuta. La descrisse docile, umile, completamente consegnata, capace di dimenticare sé stessa per lasciare spazio a Dio. E poi quella frase, semplice e definitiva: «Io personalmente penso che sia proprio così: la Serva di Dio è un’anima eletta». Non aggiunse altro. Non serviva.
Restare perché altri possano andare
Legato a San Nicola e a San Benedetto, oblato benedettino, Don Carmine seppe unire contemplazione e ministero. Fu vicino anche alla Serva di Dio Bina Morfini, fondatrice dell’OCDS di Bari, donna che educò alla fede intere generazioni e favorì numerose vocazioni. Lui restava. Altri partivano. Lui pregava. Altri scoprivano la loro strada. Lui ascoltava. Altri trovavano la pace.
Oggi, nel celebrare la sua memoria, la Chiesa non ricorda un personaggio, ma un modo di essere sacerdote. Don Carmine De Palma ci insegna che la santità non ha bisogno di alzare la voce, che il cuore della Chiesa batte forte anche nei luoghi nascosti. Forse il suo desiderio più profondo lo ha realizzato davvero: stare per sempre accanto a Gesù nell’Eucaristia, in quella chiesetta silenziosa dove Dio continua a chiamare, grazie a chi ha scelto di restare.
29 gennaio 2026, memoria liturgica del Beato Don Carmine De Palma
Pubblichiamo qui il testo della deposizione resa da Mons. Carmine De Palma
al Processo Ordinario della Diocesi per la Beatificazione di Suor Elia di San Clemente.
Carmelitana Scalza del Monastero San Giuseppe in Bari morta in concetto di santità il 25/12/1927
Trascrizione integrale e fedele del testo, così come appare nel volume degli Atti del Processo svoltosi a Bari tra il 27/ 10/1933 e il 9/5/1955. Si tratta delle risposte del testimone ad un elenco prestabilito di domande, che nel volume a stampa non sono riportate, sostituite da numeri di riferimento: l’argomento è comunque facilmente intuibile. La presente deposizione di Mons. De Palma risale probabilmente al 1954, poiché nella tabella introduttiva dei testimoni gli viene attribuita l’età di 78 anni.
Mi chiamo Mons. Carmine De Palma, fu Vito, nato a Bari il 27/1/1876 e domiciliato in via De Giosa 60. Arcidiacono dell’ex Capitolo della Basilica di San Nicola e Protonotario Apostolico, Direttore spirituale delle monache di clausura del Monastero di Santa Scolastica dal 1916.
Posso testimoniare di aver conosciuto la Serva di Dio Suor Elia di San Clemente quando, partito da Bari P. Di Gioia s.j., suo confessore e Direttore spirituale ordinario. venne da me con la sua amica Chiara Bellomo, perché io continuassi a coltivare in lei il lavoro spirituale di preparazione alla vita religiosa, così egregiamente iniziato dal suddetto P.Di Gioia. Già sapevo che con l’aiuto del P. Di Gioia aveva scelto come meta della realizzazione del suo ideale il Carmelo di via De Rossi, Ebbi subito sentore di trovarmi di fronte ad un’anima la quale aveva una chiara e netta cognizione della vita religiosa che stava per intraprendere. La Serva di Dio in questo lavoro era animata da vivo slancio e serietà d’intendimenti, volendo rendere la sua anima la più perfetta possibile onde prepararsi degnamente al mistico sposalizio con Gesù Cristo. Era docilissima ai miei consigli e di conseguenza completamente distaccata da se stessa. Che realmente ardesse d’amore verso Dio non posso che confermarlo, data la sua viva fede e la sua soda pietà. Questo infatti potetti notare in quei mesi di direzione spirituale, che la sua pietà non era fatta di formule e di sentimento, ma era molto profonda e vissuta; ebbi anzi l’idea di trovarmi di fronte ad un’anima ben formata e pronta ed idonea a entrare in un Monastero tanto serio qual è il Carmelo di via De Rossi. Non ebbi alcun dubbio intorno alla sua vocazione religiosa, che di fatto ha avuto una prova tanto felice da lasciare dopo la sua morte un grato ricordo in tutti coloro che la conobbero, Dopo la sua morte, infatti, ho sempre sentito dir bene di Suor Elia di San Clemente.
Che esercitò la virtù della castità posso dire che era un’anima veramente bella e che aveva lo spirito di mortificazione sia dei sensi interni che di quelli esterni [L’imprecisione sintattica è nel testo originale].
Per quanto mi consta, almeno nel periodo in cui la diressi, fu docile e obbediente ai miei consigli.
Per lo stesso motivo per cui la Serva di Dio praticò tutte le virtù anzidette non posso che confermare anche della sua umiltà: non faceva infatti che rimettersi interamente a tutto ciò che il suo confessore le suggeriva, tutta dimentica di se stessa.
Mi consta che moltissimi sono convinti e ci giurerebbero, per la stima che ne hanno, che la Serva di Dio è un’anima eletta. Io personalmente penso che sia proprio così.
-Non conosco alcun fatto o detto preciso e determinato contro la Serva di Dio, anche se non è mancata qualche voce di opinione contraria. Non so altro che possa essere stato fatto da chicchessia per eccitare indebitamente la fama della Serva di Dio.
Per quanto riguarda la virtù della povertà, posso attestare che nel periodo in cui conobbi la Serva di Dio andava vestita modestamente e con un abito color scuro, del resto in famiglia era stata educata alla parsimonia, essendo di condizioni modeste.
Non ho altro da aggiungere, togliere o modificare circa quanto ho deposto finora.

Un uomo fermo, mentre tutto passava