Una figura affascinante e controversa agli inizi del Carmelo Scalzo, fra Ambrogio Mariano di San Benedetto (1510–1594) testimonia quanto la riforma teresiana abbia avuto fin dalle origini un respiro universale. Tra i primi ad accogliere l’ideale della riforma promossa da Santa Teresa di Gesù vi furono anche figli della nostra terra, il Mezzogiorno d’Italia. È un dato che sorprende e, al tempo stesso, riempie di gratitudine: agli inizi dell’avventura del Carmelo Scalzo, accanto alla Santa, troviamo infatti Ambrogio Mariano di San Benedetto, originario di Bitonto, e Giovanni Narducci, che diventerà fra Giovanni della Miseria, passato alla storia come il pittore dell’unico ritratto per il quale Teresa posò in vita.
Due personalità molto diverse, ma entrambe coinvolte direttamente nelle prime e delicate tappe della Riforma. Le loro vicende mostrano quanto l’opera teresiana, pur nata in Spagna, abbia avuto fin dagli inizi un respiro internazionale e come uomini provenienti da lontano abbiano contribuito, con le loro qualità e anche con i loro limiti, alla costruzione del nuovo Carmelo.
Il profilo di fra Ambrogio Mariano, in particolare, ci è giunto attraverso le parole stesse di Santa Teresa: un ritratto vivace, affettuoso e talvolta critico, dove si intrecciano slancio apostolico, zelo sincero e fragilità di carattere. È la storia di un protagonista che cammina, non senza contraddizioni, all’ombra di una grande Santa.
Fra Ambrogio Mariano di San Benedetto fu una figura complessa e affascinante all’interno delle origini del Carmelo Scalzo. Santa Teresa di Gesù lo conobbe bene e ne lasciò un ritratto pieno di luci e di ombre, come lei stessa riconosce nei suoi scritti.
Origini e formazione

Ambrogio Mariano d’Azaro (detto anche Mariano Azzaro) nacque intorno al 1510 a Bitonto, in provincia di Bari, da Nicola Azzaro e Polissena de Clementis. La sua figura appartiene a quel gruppo di personaggi del XVI secolo difficili da definire con precisione documentaria, nei quali dati biografici verificabili si intrecciano con autodefinizioni e tradizioni successive. Secondo quanto egli stesso riferì in età matura, avrebbe compiuto studi di lettere, matematica e geometria, proseguendo poi con diritto e teologia. Tuttavia, tali affermazioni non sono supportate da riscontri archivistici diretti. Analogamente, la sua presunta presenza all’Università di Bologna o la partecipazione al Concilio di Trento non risultano confermate dalla documentazione accademica ed ecclesiastica nota. La storiografia più recente tende pertanto a considerare queste notizie come parte della sua auto-rappresentazione, tipica di figure itineranti del tempo, spesso impegnate in contesti diplomatici o militari e non sempre pienamente tracciabili nei registri ufficiali. Più attendibili risultano le informazioni relative alla sua attività al servizio di ambienti di corte e dell’amministrazione spagnola nel pieno del XVI secolo.
Intorno al 1553 risulta al servizio della regina Caterina d’Austria, in qualità di intendente di palazzo. Successivamente entrò nell’orbita di Filippo II di Spagna, in un periodo caratterizzato da grande mobilità di tecnici, militari e ingegneri al servizio della monarchia asburgica. È attestata la sua partecipazione alla battaglia di San Quintino (1557), evento chiave del conflitto tra Spagna e Francia, durante il quale si distinse per competenze tecniche nell’ambito delle fortificazioni e dell’ingegneria militare. In seguito operò in progetti di canalizzazione e gestione idraulica, tra cui il tentativo di rendere navigabile il fiume Guadalquivir e interventi nella valle di Aranjuez. In questo ambito, Mariano si colloca nella categoria dei “tecnici itineranti” del Rinascimento spagnolo, figure spesso polivalenti ma non sempre facilmente documentabili nei dettagli delle loro attribuzioni.
Dopo un periodo di attività presso la corte, si ritirò a Siviglia, dove entrò in contatto con la spiritualità degli esercizi ignaziani. Questo evento segnò una svolta decisiva nella sua vita. Si stabilì quindi come eremita a El Tardón, nei pressi di Siviglia, sotto la guida di Matteo della Fuente. Qui visse per circa otto anni in una forma di vita ascetica radicale, inserendosi nel più ampio fenomeno dell’eremitismo riformato spagnolo del XVI secolo. Questo periodo è generalmente considerato dalle fonti come un momento reale e stabile della sua biografia, anche se la sua esatta collocazione cronologica presenta alcune incertezze. Nel maggio 1569 Mariano incontrò Teresa d’Avila a Madrid. L’episodio è attestato nelle fonti teresiane e rappresenta un passaggio decisivo nella sua vicenda biografica. Teresa, impegnata nella fondazione del Carmelo riformato, riconobbe in alcune figure eremitiche un potenziale inserimento nella nuova struttura religiosa, anche in risposta alle esigenze normative successive al Concilio di Trento, che richiedevano una regolarizzazione delle forme di vita penitenziale non istituzionalizzate. Mariano entrò nel Carmelo Scalzo come fratello converso e ricevette l’abito religioso. In un primo momento rifiutò l’ordinazione sacerdotale, scelta coerente con il suo orientamento ascetico. Emise la professione religiosa nel 1570 e fu ordinato sacerdote nel 1574.
La sua esperienza carmelitana è caratterizzata da una forte tensione tra ideale ascetico personale e disciplina istituzionale dell’Ordine. Le fonti teresiane lo descrivono come persona di grande zelo penitenziale ma anche difficile da integrare pienamente nella vita comunitaria. Il suo profilo si colloca tra i primi eremiti confluiti nella riforma carmelitana, portatori di esperienze spirituali non sempre omogenee con il progetto teresiano. Fu coinvolto nel primo sviluppo del noviziato di Pastrana e in diverse fondazioni. Ebbe inoltre rapporti con ambienti eremitici femminili, come quello legato a Caterina de Cardona, figura centrale dell’ascetismo spagnolo del tempo. Questi contesti mostrano come, nella fase iniziale del Carmelo Scalzo, convivessero sensibilità diverse: da un lato l’impostazione più istituzionale e riformatrice di Teresa, dall’altro correnti più radicali e penitenziali. Le fonti documentano ripetuti conflitti con le autorità dell’Ordine. Nel 1574 rifiutò di obbedire a un ordine del Superiore Generale, episodio che segnò una frattura significativa nel suo percorso religioso.
Nel 1575 il Capitolo Generale di Piacenza lo dichiarò non idoneo alla vita regolare e ne decretò l’espulsione. Teresa d’Avila intervenne per mitigare la situazione, segno della complessità del suo ruolo e della stima personale che ancora gli era riconosciuta. Nonostante ciò, negli anni successivi Mariano continuò a svolgere attività all’interno dell’ambiente carmelitano riformato, segno di una reintegrazione almeno parziale o comunque non definitiva esclusione dalla rete delle fondazioni scalze. Dopo la morte di Teresa, Mariano partecipò alla fase di strutturazione istituzionale del Carmelo riformato. Nel 1580 contribuì al processo che portò all’erezione della provincia autonoma degli Scalzi, pur sempre all’interno dell’Ordine carmelitano. Fu segretario del primo capitolo provinciale di Alcalá (1581) e ricoprì successivamente incarichi amministrativi e formativi, tra cui quello di rettore del collegio, incarico di breve durata. Nel 1582 fu inviato a Lisbona per una nuova fondazione, a conferma del suo ruolo ancora attivo nella fase espansiva della riforma. Negli anni successivi si collocò nell’area di sostegno alla linea di Nicolò Doria, favorevole a una maggiore autonomia degli Scalzi rispetto all’Ordine originario. Questa fase coincide con un progressivo consolidamento istituzionale del Carmelo riformato dopo la morte di Teresa d’Avila (1582) e di Giovanni della Croce (1591). Morì nel convento di Madrid nel 1594.
Colpisce il fatto che, mentre egli concluse la sua vita con una certa posizione di prestigio e riconoscimento all’interno dell’ambiente carmelitano riformato, il suo antico amico e superiore, Gerolamo Gracián, si trovasse nello stesso periodo in una condizione di grave difficoltà e prigionia a Tunisi, senza ricevere adeguato sostegno. Questo dato, pur da leggere nel suo contesto storico complesso, è stato talvolta richiamato dalla storiografia come elemento significativo delle tensioni interne alla prima generazione del Carmelo Scalzo.
La storiografia carmelitana primitiva, tuttavia, ha teso a presentarlo come uno dei grandi protagonisti dell’Ordine riformato: sapiente, giurista, teologo, ingegnere, erudito e uomo di vasta cultura. Questa immagine, fortemente idealizzata, si discosta però dal ritratto più sfaccettato e problematico che emerge dalle fonti teresiane e dalla documentazione storica. In definitiva, fra Ambrogio Mariano d’Azaro fu un personaggio difficile da classificare: brillante e problematico, fervoroso e imprudente, profondamente coinvolto negli inizi del Carmelo Scalzo e, al tempo stesso, segnato da tensioni personali e istituzionali che non riuscì mai del tutto a comporre. Una vita che, ancora oggi, resta sospesa tra la ricostruzione storica e la stratificazione della memoria spirituale e narrativa del Carmelo delle origini.
Un rapporto intenso con Santa Teresa

Il rapporto tra Santa Teresa e fra Ambrogio Mariano fu profondo, ma anche complesso. Ella lo stimava molto: lo considerava un uomo colto, virtuoso e penitente, e gli voleva sinceramente bene:
«Questo Mariano è uomo virtuoso e penitente e che si fa conoscere da tutti per il suo ingegno… lo ha mosso soltanto lo zelo di Dio e il bene dell’Ordine» (Lettera, giugno 1575).
Soffriva quando era malato — «ho infinita pena» (Lettera 183,1) — e si opponeva al suo viaggio a Roma per preservarne la salute: «in nessun modo lo consento… più ci importa la sua salute» (Lettera 231,13).
Allo stesso tempo, Teresa non nascondeva le difficoltà legate al suo carattere. Lo vedeva impulsivo, poco prudente nel parlare e incline all’ira:
«Supplico vostra reverenza che parli con molto tatto…, perché temo che in questo si trascuri… e lo so» (Lettera 189,3).
Nelle sue lettere gli chiede ripetutamente moderazione, delicatezza e pazienza. Riconosce che discutevano spesso e arriva a confessare, nei momenti di stanchezza, di non riuscire a capirlo del tutto: «Io non capisco quest’uomo» (Lettera 371,6; febbraio 1581).
In momenti di particolare tensione, Teresa giunge a scrivere con sfogo: «Oh, mi aiuti Dio, e quanto è disposto a tentare!» (Lettera 106,1).
Nonostante tutto, continuava a fidarsi di lui quando la situazione lo richiedeva, come quando gli chiese di intercedere presso il nunzio per ottenere il permesso di celebrare la messa conventuale a Burgos.
Fra Ambrogio Mariano conservò fino a sedici lettere autografe di Santa Teresa, una testimonianza preziosissima del loro rapporto. Tuttavia, non depose nel processo di beatificazione, e la sua condotta successiva — specialmente nei confronti di Geronimo Gracián — lasciò un’immagine ambigua.
Fra Michele Piperis, Ocd
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Riferimento bibliografico:
Tomás Álvarez, Dizionario di Santa Teresa.