Una “mistica dagli occhi aperti”: Teresa d’Avila e Giovanni della Croce nel discorso del Papa in Spagna

«Una mistica dagli occhi aperti» è l’espressione con cui il Papa ha sintetizzato il contributo di Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce al mondo contemporaneo, nel discorso rivolto alle Autorità civili della Spagna in occasione del suo viaggio apostolico. Nel cuore di un intervento ampio e articolato, il Pontefice ha indicato nei due grandi santi del Carmelo non soltanto maestri di vita spirituale, ma autentici interpreti del tempo presente. «Da cinque secoli – ha affermato – nutrono la vita della Chiesa e la ricerca spirituale di molti, anche oltre i suoi visibili confini». Teresa e Giovanni, infatti, «divennero amici nella passione per il Mistero divino». La loro esperienza mistica, ha spiegato il Papa, non è evasione dal mondo, ma immersione nella realtà più profonda dell’uomo e della storia. «La loro è una mistica dagli occhi aperti, vale a dire non estranea dalla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà».

Nel suo discorso il Papa ha espresso gratitudine per l’invito a compiere il viaggio apostolico in Spagna, terra che da quasi duemila anni ha accolto l’annuncio del Vangelo. La tradizione, ha ricordato, collega la prima evangelizzazione della Penisola iberica alla predicazione dell’apostolo Giacomo il Maggiore, segno di una continuità viva tra la Chiesa locale e la missione apostolica nata dalla Pentecoste. Questo lungo radicamento cristiano non esaurisce la ricchezza culturale del Paese, ma ne ha profondamente plasmato l’identità, generando un patrimonio spirituale, artistico e sociale che continua a parlare al presente. Il Pontefice ha richiamato in particolare la vitalità della pietà popolare, delle confraternite e delle opere di carità, riconoscendovi una vera e propria «drammaturgia della salvezza» che attraversa la vita quotidiana dei popoli.

Giovanni della Croce: imparare a vedere la luce nella notte

Un passaggio particolarmente significativo del discorso è stato dedicato a San Giovanni della Croce, del quale la Chiesa sta celebrando l’anno giubilare. Il Papa ha indicato nel tema della notte una chiave preziosa per comprendere il nostro tempo. «Nella sua sete di luce, paradossalmente egli imparò ad apprezzare l’oscurità – “felice notte” – come il tempo in cui l’anima è liberata da ciò che presumeva di conoscere e di possedere». Di fronte alle paure, alle incertezze e al disorientamento che segnano la società contemporanea, il Pontefice ha osservato che spesso ciò che genera il «buio della ragione» e la «violenza delle emozioni» è proprio l’ignoto. Per questo oggi sono necessari uomini e donne capaci di «intuire nel buio la luce, nella fine un possibile inizio». Richiamando uno dei passaggi più celebri della Notte oscura, il Papa ha citato le parole del Santo: «Notte che mi hai guidato! O notte amabil più dei primi albori! O notte che hai congiunto l’Amato con l’amata, l’amata nell’Amato trasformata!». La notte, dunque, non è l’ultima parola. Essa può diventare il luogo in cui matura una nuova conoscenza dell’uomo, della sua dignità e della sua vocazione alla pace.

Teresa d’Avila: il castello interiore e l’apertura all’infinito

Accanto a Giovanni della Croce, il Papa ha posto Santa Teresa d’Avila, presentandola come guida nel cammino verso il cuore dell’uomo. «Santa Teresa descrive il medesimo itinerario con l’immagine del castello interiore», ha affermato il Pontefice. Un percorso che conduce ciascuno «verso il proprio cuore, santuario della verità». Lungo questo cammino, ha spiegato richiamando le parole della Santa, «lo spazio si allarga, la mente si apre, le contraddizioni si compongono, le tensioni si sciolgono, gli altri trovano posto, l’universo diventa casa». Il Papa ha voluto sottolineare come l’interiorità teresiana non coincida con una fuga dal mondo. Al contrario, «non una fuga intimistica, ma una radicale apertura al totus Alius et semper Novus» si realizza quando l’uomo ritorna in sé stesso e si apre all’azione di Dio. Proprio da questa visione nasce, secondo il Pontefice, la necessità di custodire e promuovere la libertà religiosa e di coscienza, dimensione fondamentale della dignità umana.

Guardando alle sfide del presente, il Papa ha denunciato la crescente tentazione di alimentare polarizzazioni e contrapposizioni. «Abbiamo bisogno di cultura, di interiorità, di educazione libera e di qualità, di trascendenza», ha affermato. Ancora una volta, l’esperienza di Teresa e Giovanni della Croce si rivela di sorprendente attualità. «Da queste notti oscure, uomini e donne fedeli alla verità sono stati spinti ad avanzare di stanza in stanza fino al punto in cui, nella coscienza, giustizia e pace si abbracciano. È dalla loro libertà che impariamo a essere liberi».

Il discorso si è concluso con un forte appello alla riconciliazione, al dialogo e alla costruzione della pace, invitando ad abbandonare «le narrazioni divisive e polarizzanti» per riscoprire la complessità della realtà come luogo di incontro e di crescita. Nel richiamare Teresa d’Avila e Giovanni della Croce, il Papa ha mostrato come la tradizione carmelitana continui a offrire una risposta alle inquietudini dell’uomo contemporaneo. Una sapienza nata dall’incontro con Dio, capace di attraversare la notte senza cedere alla paura e di indicare, anche nelle oscurità del presente, il cammino verso la luce.

Riportiamo qui il discorso completo del Santo Padre:

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA

(6-12 GIUGNO 2026)

INCONTRO CON LE AUTORITÀ, CON LA SOCIETÀ CIVILE E CON IL CORPO DIPLOMATICO

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Palazzo Reale di Madrid
Sabato, 6 giugno 2026

Maestà,
Altezze Reali,
distinte Autorità e membri del Corpo Diplomatico,Signore
e Signori!

Rendo grazie al Signore ed esprimo la mia riconoscenza per l’invito a compiere questo viaggio apostolico in Spagna: un itinerario in più tappe, ciascuna delle quali rivelerà qualche aspetto della multiforme ricchezza di un grande Paese che da quasi due millenni ha ricevuto la Parola del Vangelo. La tradizione ha sempre collegato la prima evangelizzazione della Penisola iberica alla predicazione dell’apostolo Giacomo il Maggiore. Questo legame riveste un’importanza teologica considerevole, perché esprime la consapevolezza della Chiesa locale di essere in continuità con la missione apostolica nata dalla Pentecoste. L’antichissimo legame fra la fede cristiana e questa terra, se da un lato non ne esaurisce la composita identità del vostro popolo, dall’altro ne ha plasmato profondamente la cultura e rappresenta una riserva di speranza e di orientamento fra le sfide che oggi insieme, come famiglia umana, dobbiamo affrontare. Penso alle espressioni di fede popolare che, in ogni città e villaggio, rappresentano una vera e propria drammaturgia della salvezza al ritmo dell’anno e nei contesti di vita. Insieme al patrimonio artistico e musicale, alle molteplici confraternite e associazioni di natura caritativa, esse testimoniano il fecondo incontro fra Gesù Cristo e il vostro popolo. È un popolo pieno di passione, che ama la vita e lo manifesta!

Vengo tra voi a confermare, incoraggiare, ispirare una rinnovata fedeltà dei credenti al Vangelo e una più profonda riconciliazione e cooperazione fra le diverse anime di questa Nazione. Proprio la sua storia, infatti, suggerisce che non la cultura dello scontro, ma quella dell’incontro genera stabilità e prosperità. A ben vedere, il messaggio della pace, che in questi tempi, purtroppo, risuona per alcuni ingenuo, per altri provocatorio, trova accoglienza in chi non si chiude in ideologie preconfezionate ma si apre alla verità. Come ci ha insegnato Papa Francesco, esiste in effetti «una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 231). Infatti – concludeva –, «la realtà è superiore all’idea» (ibid.). La verità è sempre più grande di noi e per questo ci stupisce e ci attrae su sentieri di purificazione e di riconciliazione, in cui il dialogo con gli altri – e con l’Altro con la maiuscola – diventa fondamentale.

A questo proposito, vorrei fare riferimento a due voci di questo Paese che da cinque secoli nutrono la vita della Chiesa e la ricerca spirituale di molti, anche oltre i suoi visibili confini. Si tratta di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, che divennero amici nella passione per il Mistero divino. La loro è una mistica dagli occhi aperti, vale a dire non estranea dalla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà. In particolare, nell’interpretare le trasformazioni e nel reggere le tensioni che rendono così buia la nostra epoca, ci è di aiuto il tema della notte, tanto caro a San Giovanni della Croce, del quale stiamo celebrando l’anno giubilare. Nella sua sete di luce, paradossalmente egli imparò ad apprezzare l’oscurità – «felice notte» [1] – come il tempo in cui l’anima è liberata da ciò che presumeva di conoscere e di possedere. Anche oggi, quanto ci spaventa di più, ciò che in molti provoca il buio della ragione e la violenza delle emozioni, è l’ignoto, di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere più mappe, il disorientamento. Allora servono, anche nella vita pubblica, uomini e donne che intuiscano nel buio la luce, nella fine un possibile inizio, quasi l’irrompere di una verità come luce che ancora acceca, ma che – se ci fidiamo e troviamo pace – delicatamente ci porterà verso di sé: «Notte che mi hai guidato! O notte amabil più dei primi albori! O notte che hai congiunto l’Amato con l’amata, l’amata nell’Amato trasformata!». [2] Il nostro tempo, che in superficie è sconvolto da terribili squilibri e conflitti, più profondamente chiama alla pace, a una nuova conoscenza della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore (cfr Lett. enc. Magnifica humanitas, 186).

Santa Teresa descrive il medesimo itinerario con l’immagine del castello interiore. Avanzando di stanza in stanza verso il luogo più interno – cioè ciascuno verso il proprio cuore, santuario della verità –, lo spazio si allarga, la mente si apre, le contraddizioni si compongono, le tensioni si sciolgono, gli altri trovano posto, l’universo diventa casa. Non una fuga intimistica, ma una radicale apertura al totus Alius et semper Novus, si realizza quando torniamo in noi stessi. Questa dimensione dell’essere umano è la ragione per la quale la libertà religiosa e di coscienza va tutelata.

Oggi, la tentazione di guadagnare popolarità soffiando sul fuoco delle polarizzazioni sembra crescere, invece di diminuire; la dignità umana non cessa di essere violata. Allora abbiamo bisogno di cultura, di interiorità, di educazione libera e di qualità, di trascendenza. Eppure, da queste notti oscure, uomini e donne fedeli alla verità sono stati spinti ad avanzare di stanza in stanza fino al punto in cui, nella coscienza, giustizia e pace si abbracciano. È dalla loro libertà che impariamo a essere liberi.

La Chiesa cattolica è a servizio di questa sete del cuore umano. Non in forma impositiva, ma con la testimonianza evangelica sostenuta da una moltitudine di martiri e santi, ed è pronta oggi a mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca riconciliazione e pace.

Invito tutti, per amore di verità, ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità. Vedo qui una specifica vocazione dell’Europa, di cui la Spagna è protagonista originale e fondamentale. È il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane, come giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che interpellano ancora. Apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle. Le nuove tecnologie sono divenute un ambiente artificiale in cui le nostre opzioni fondamentali sono messe alla prova: al suo interno i pregiudizi si esasperano, il pensiero critico si affievolisce, interessi prepotenti seminano pulsioni di morte. D’altra parte, il bene può resistere e comunicarsi.

Occorre, specialmente da parte di chi ha responsabilità economiche, politiche e istituzionali, un salto di qualità, un’inversione di rotta negli investimenti su scuola, università e ricerca, sulle comunità locali e sulla società civile come vivaio di partecipazione e di mediazione culturale. La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco. Lo testimonia la vostra stessa storia. La presenza dell’Islam nella Penisola iberica, ad esempio, costituì una realtà politica, culturale e religiosa di lunga durata. Durante quel periodo non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei. Nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204). In particolare, città come Cordoba e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi. Ma questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza.

Come ci ha insegnato un altro nobile figlio di questa terra, nelle prove e negli insuccessi è possibile ripensare tutto: Ignazio di Loyola ebbe questa audacia, dando credito alle tristezze e alle consolazioni del suo cuore, in un esercizio di discernimento e di immaginazione per cui alle armi preferì la pace, ai potenti i santi. Capì che non era utopia il bene da cui si sentiva attratto e allora la sua crisi si trasformò in grazia. Lo stesso può avvenire riguardo alle “cose nuove” che oggi ci turbano e su cui le nostre sensibilità al momento si dividono. «Evitiamo parole che umiliano o contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre vie. Non benediciamo entusiasmi ingenui, non alimentiamo paure sterili. Piuttosto, indichiamo criteri di discernimento – dignità della persona, destinazione universale dei beni, opzione per i poveri, cura della Casa comune, pace – e traduciamoli in prassi: progettazione responsabile, valutazioni d’impatto umano e sociale, inclusione dei più fragili, alfabetizzazione digitale, ricerca e industria orientate alla giustizia e alla pace» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 14).

Maestà, Altezze Reali, Signore e Signori, esprimo apprezzamento al vostro Paese per la sua fedeltà al diritto internazionale e al multilateralismo, che si traduce in un attivo impegno per la pace e la solidarietà fra i popoli. Al tempo stesso, incoraggio a coltivare anche al suo interno il dialogo e l’amicizia sociale, a tenere conto del punto di vista dei poveri e dei giovani nell’immaginare il futuro, a volgere in positiva armonia le istanze di autonomia e quelle di unità, a favorire il processo di unione europea, non in contrapposizione ad altre potenze, ma come dono per l’intera famiglia umana.

Dio benedica la Spagna!

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[1] S. Giovanni della Croce, Notte oscura, Canto dell’anima, 3: Opere, Roma 1979, 347.

[2] Ibid., 5.